Teatro a Corte: artisti in cerca di nuovi equilibri

Il primo fine settimana della rassegna piemontese, in corso fino al 2 agosto, ha mostrato artisti di nouveau cirque e danzatori che condividono l’anelito a una perduta stabilità Enzo Fragassi


La quindicesima edizione di Teatro a Corte, la rassegna interdisciplinare in corso fino al 2 agosto che riprende giovedì 23 luglio, ci consegna uno spaccato artistico internazionale di qualità, venato da una ricorrente tensione verso la ricerca di un baricentro, di un punto saldo su cui fare leva per rialzarsi e spiccare il volo. La formula della kermesse diretta con mano sicura da Beppe Navello è rodatissima e costituisce una garanzia, come pure l’abbinamento con le ex dimore sabaude restaurate e inserite in un intelligente percorso di valorizzazione che quest’anno si è sposato magnificamente con il leit motiv dell’Expo in corso a Milano: il cibo, la sua cultura, le sue infinite declinazioni in chiave storica, artistica, culturale.

Nel primo dei tre appuntamenti settimanali, (i prossimi vanno dal 23 al 26 luglio e dal 31 luglio al 2 agosto; QUI tutte le info), abbiamo avuto l’opportunità di visitare due “ville di delizie” in cui i Savoia amavano trascorrere i periodi di vacanza, tra un impegno diplomatico e l’altro. I maschi della casa reale vantavano una passione sperticata per l’attività venatoria, che praticavano con impegno a scapito della cacciagione locale, abbondante nelle riserve reali. Così si spiega l’enorme cervo in bronzo (una tempo ricoperto da una lamina dorata per renderlo visibile da lontano) che svetta sulla cupola della Villa Reale di Stupinigi, nel cui salone delle feste abbiamo assistito al breve ma interessante lavoro di un giovane coreografo e danzatore, Andrea Costanzo Martini, vincitore nel 2013 dell’International Tanz Solo Competition di Stoccarda. Voglio voglia, questo il titolo della pièce danzata assieme ad Adi Weinberg, è una creazione site specific che percorre con ironia e con un linguaggio frammentato molto contemporaneo alcune celebri fiabe di Perrault, su un tappeto sonoro composto da campionature di versi animali, frasi smozzicate, claim pubblicitari. Costanzo Martini, piemontese di nascita, si è trasferito a 19 anni in Israele, dove è cresciuto artisticamente con la Batsheva Dance Company, per poi perfezionarsi a Stoccolma col Cullberg Ballet e far ritorno in Israele con la Inbal Pinto Dance Company.

I giardini della reggia di Stupinigi hanno poi fatto da quinta all’irresistibile gruppo britannico (ma c’è anche un po’ di Italia) Gandini Juggling, una vecchia conoscenza di Teatro a Corte, che qui ha presentato in anteprima il nuovo lavoro intitolato 8 songs, in cui la mirabile abilità di giocolieri dei sei artisti-danzatori (tre maschi e tre femmine) viaggia a tempo di rock su musiche di David Bowie, Rolling Stones, Velvet Underground. Un’accoppiata fin troppo “facile” che però esalta le doti acrobatiche del gruppo, in attività dal 1992, con all’attivo collaborazioni con il National Theatre di Londra, la BBC e il Cirque du soleil.

Ma il “top” della stranezza, quasi al confine con il kitsch, si è toccato in serata al teatro Astra di Torino, dove erano di scena due formidabili e simpaticissime acrobate finlandesi (ormai, per loro stessa ammissione, apolidi perché sempre in giro per il mondo): Sanja Kosonen ed Elice Abonce, alias Capilotractées. La loro particolarità è quella di aver recuperato un’antica pratica circense tipicamente femminile, ovvero compiere acrobazie aeree restando appese solo per i capelli. Avendole incontrate brevemente dopo lo spettacolo, abbiamo appreso che l’ispirazione è venuta loro dopo aver assistito a Parigi a una mostra che rievocava tale tecnica. Nel 2008-2009 la decisione di provarci insieme e infine l’approdo a un vero e proprio spettacolo che oggi dura un’ora, in cui le incredibili acrobazie “pilifere” non sommano tuttavia che pochi minuti. Lo stress a cui sono sottoposte le criniere delle due artiste (acconciate in trecce avvolte attorno ad anelli in ferro e assicurate da una fettuccia annodata) non sarebbe umanamente sopportabile per un periodo più lungo. Il resto dello show è un cabaret surreale dai tratti fortemente ironici, in cui le nostre danzano, suonano e cantano (in italiano) motivetti di argomento… tricotico. Uno spettacolo “forte”, che richiama alla lontana certe tecniche di arte corporale alla Marina Abramovic o Gina Pane, vissute però senza pathos e anzi con grande ironia. Sconsigliabile solo ai… calvi.

Acrobazie, equilibrismi, sospensioni… Tutto ruota attorno al concetto di gravità, che la giovane danzatrice francese Jann Gallois ha tradotto nel solo P=mg, pluripremiato all’estero. Gallois, che vanta collaborazioni con Angelin Preljocaj, Sébastien Ramirez, Kaori Ito e Les Ballets C de la B, grazie al successo di questa breve pièce (dura 17 minuti) ha, si perdonerà il gioco di parole, spiccato il volo dando vita alla propria compagnia, BurnOut. Minuta, mobile come un furetto, elettrica, Jann si getta letteralmente in scena e comincia subito un furibondo corpo a corpo con un nemico apparentemente invincibile quanto invisibile: la forza di gravità che la schiaccia al tappeto malgrado i ripetuti tentativi di vincerla. I suoi spasmi, il respiro accelerato nello sforzo, i gemiti che talvolta emette sono l’unica colonna sonora di questo intenso, “notturno”, a solo, che termina con la danzatrice, recuperata finalmente la postura eretta, che mulina vorticosamente le braccia illuminata solo da un fascio di luce che lentamente si spegne, lasciandoci col dubbio: avrà guadagnato il cielo a cui anelava? O avrà fatto la fine di un novello Icaro?

Ancora alla ricerca di un equilibrio, o meglio di un approdo, è l’Iceberg sul quale vagano alla deriva due improbabili cavernicoli: sono il mino Leandre Ribera e la sua compagna di avventure Mireia Miracle, “spiaggiatisi” (ancor più improbabilmente) nella canicola della reggia di Racconigi, fra serafiche cicogne (fotografatissime) che hanno nidificato sui tetti delle ex stalle reali e della splendida serra annessa, aggiungendo un “di più” da favola che costituisce uno spettacolo nella spettacolo. Nell’afa del pomeriggio inoltrato, Ribera e “consorte” si annusano, si leccano, si prendono e si lasciano, pescano e si pescano, tentano impossibili fughe dalla loro prigione di ghiaccio alla deriva. Sono due charlot dell’età primitiva (ma potrebbero anche essere due sopravvissuti allo scioglimento dei ghiacciai in un futuro possibile) che trovano nell’amore e nella solidarietà l’unico vero scoglio a cui aggrapparsi. Due cuori e un igloo.

Ci pensa infine l’aitante funambolo francese Sébastien Le Guen, in arte Lonely Circus, accompagnato dallo stralunato ma geniale “rumorista” Jérôme Hoffmann, a rialzare il tasso adrenalinico del pomeriggio trascorso a Racconigi con la performance Fall, Fell, Fallen #S, che unisce con originalità equilibrismo ed esotismo musicale, riuscendo a trasformare la fettuccia sulla quale danza a un metro da terra in corda armonica che vibra a tempo con la base ritmica, procurata dal vivo con “strumenti” improvvisati come rondelle e barre filettate o suoni campionati. Un “tappeto” sonoro che non si limita a sottolineare i passaggi più ricchi di pathos della performance ma “dialoga” proficuamente con l’artista. Grazie a qualche asse di legno e un po’ d’acqua saponata lasciata cadere su una pedana, Le Guen è un novello Sisifo che costruisce percorsi accidentati sui quali avventurarsi senza tuttavia giungere mai a una svolta. Un continuo costruirsi e sfasciarsi di ostacoli e impedimenti che rappresenta forse una metafora dell’uomo contemporaneo.

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