Gli auguri della Scala a Zeffirelli con la sua Aida

Per i 95 anni del regista il teatro milanese ha recuperato lo storico allestimento del 1963, celebre per lo stile opulento e melodrammatico. La direzione di un collaudatissimo Daniel Oren e una compagnia di canto con alcune voci di rilievo hanno fatto il restoDavide Annachini


Per i 95 anni di Franco Zeffirelli il Teatro alla Scala ha voluto recuperare lo storico allestimento del 1963 di Aida, diventato uno dei più rappresentativi dell’opera di Verdi nonostante le riserve che nel corso delle isolate riprese degli ultimi cinquant’anni hanno avanzato alcuni critici, per via dello stile pompier e dell’horror vacui volutamente evocati in questa messinscena, dichiaratamente ispirata al gusto tardottocentesco dell’epoca di composizione. Nei primi anni Sessanta l’astro di Zeffirelli stava imponendosi a livello internazionale per la maestria di un’arte legata alla tradizione più raffinata, che prendeva origine dalla scuola di Visconti ma che ormai sembrava individuare uno stile proprio, opulento e apertamente melodrammatico, non solo nell’opera quanto anche nella prosa e nel cinema. Questa Aida – insieme alla ancor più fortunata Bohème, uno degli spettacoli scaligeri più rappresentati in tutto il mondo – confermò clamorosamente la sua statura di eccelso artigiano teatrale, nell’imporsi come una messinscena fiabesca e leggendaria che tuttora non può mancare di suggestionare. Forse, riconosciuti i giusti meriti al maestro fiorentino, la giustificazione di una ripresa ai giorni nostri sta soprattutto nell’allestimento d’ineffabile magia di Lila De Nobili, straordinaria pittrice-scenografa che alla Scala aveva già lasciato il segno grazie alla memorabile Traviata del 1955 siglata dalla coppia Visconti-Callas. La pennellata evanescente e dorata, le ardite prospettive d’angolo, che spingono la scena a profondità illusorie e nebulose, i costumi sfarzosi e dai colori pastellati, l’incredibile attenzione ai minimi particolari, più evocati che calligrafici, contribuiscono a una messinscena di sogno, che sembra prendere forma da memorie antiche e poeticissime. C’è chi potrà considerare questa un’operazione puramente archeologica ma, a confronto con la pochezza di idee e di gusto di tante regie attuali, può essere più onestamente inquadrata come una lezione di stile e di tecnica della grande tradizione italiana, grazie alla quale un teatro come Scala andava famoso e che le nuove generazioni hanno tutto il diritto di conoscere ed ereditare.

Certamente rispolverare un allestimento così delicato e sontuoso richiederebbe un’attenzione che solo gli autori dell’epoca potevano avere (si racconta che la De Nobili in persona ritoccasse con il pennello intinto nel colore le scene e i costumi ancora un istante prima del levarsi del sipario) e sicuramente le riprese effettuate dallo stesso Zeffirelli in passato potevano dirsi più sensibili nel restituire la luce impalpabile, la precisione prospettica delle scene, la linea elaborata dei costumi che qui non sempre tornavano a puntino. Nondimeno la magia si è riconfermata, rivelando uno spettacolo tuttora in grado di lasciare meravigliato il pubblico.

Questa edizione scaligera non meritava però solo per la componente visiva e anche se la locandina non poteva elencare le Price, le Cossotto, i Bergonzi del bel tempo che fu, ugualmente si è potuta ascoltare un’esecuzione dai non pochi meriti musicali. Faceva il suo debutto tardivo nella sala del Piermarini un direttore di grande esperienza come Daniel Oren, collaudatissimo interprete di Aida soprattutto nelle grandi arene. Qui la sua interpretazione ha calcato un’altra linea, giustamente più raccolta e intimista, mostrando una predilezione per il grande respiro del fraseggio, la cura attenta delle sfumature, il forte impatto teatrale. Un’Aida trionfale ma soprattutto umana, giocata sul grande abbandono sentimentale e sull’attenzione al canto, con ottima rispondenza da parte dell’Orchestra e del Coro scaligeri.

La compagnia di canto vantava due interpreti femminili di rilievo come Krassimira Stoyanova, Aida forse di non esatta espansione verdiana (avvertibile soprattutto nei fortissimi e nei grandi concertati dove la voce faticava a emergere) ma molto scolpita nei recitativi e suggestiva nei pianissimi, che caratterizzano più del mero volume questo personaggio, e come Violeta Urmana, che, tornata ai ruoli di mezzosoprano dopo una militanza non sempre riuscita in quelli di soprano, ha ritrovato come Amneris la sontuosa ricchezza vocale di un tempo in tutta l’estensione, insieme all’incisiva autorità di interprete. Chiamato a sostituire d’emergenza Fabio Sartori, Jorge de Léon è stato un Radames di sicuro slancio tenorile, eroico e tendenzialmente stentoreo, per quanto non privo di buone intenzioni espressive, mentre George Gagnidze ha assicurato un Amonasro vibrante, autorevole e misurato, Vitalij Kowaljow un austero e scolpito Ramfis, Carlo Colombara un Re di morbida vocalità. Buone le prestazioni degli allievi dell’Accademia della Scala Enkeleda Kamani e Riccardo Della Sciucca rispettivamente nei ruoli della Sacerdotessa e del Messaggero, come quelle dei ballerini solisti Deborah Gismondi, Francesca Podini, Gabriele Corrado insieme all’intero Corpo di Ballo della Scala impegnato nelle pittoresche coreografie di Vladimir Vasiliev.

Pubblico prevalentemente turistico e forse per questo talvolta spaesato nella risposta, che comunque non è mancata calorosissima alla fine dell’opera.

Visto il 18 maggio 2018 al Teatro alla Scala di Milano. Repliche fino al 3 giugno 2018. Foto Brescia/Amisano – Teatro alla Scala

This slideshow requires JavaScript.

AIDA
Opera in quattro atti
Libretto di Antonio Ghislanzoni
Musica di Giuseppe Verdi
Aida -Krassimira Stoyanova
Radames – Jorge de León
Amneris – Violeta Urmana
Amonasro – George Gagnidze
Ramfis – Vitalij Kowaljow
Il re – Carlo Colombara
Messaggero – Riccardo Della Sciucca*
Sacerdotessa – Enkeleda Kamani*
*Allievi dell’Accademia Teatro alla Scala
Akhmet – Deborah Gismondi
Coppia selvaggi – Francesca Podini, Gabriele Corrado

Direttore – Daniel Oren
Regia – Franco Zeffirelli
Regia ripresa da Marco Gandini
Scene e costumi – Lila De Nobili
Luci – Marco Filibeck
Coreografia – Vladimir Vasiliev
Ripresa da Lara Montanaro
Maestro del coro Bruno Casoni
Orchestra, Coro e Corpo di ballo del Teatro alla Scala