Roméo et Juliette

Roméo et Juliette di Gounod alla Scala: bravi tutti ma Viotti di più

La direzione del giovane talento della bacchetta in luminosa ascesa, al debutto scaligero, si è fatta notare nonostante la presenza in scena di due star internazionali come Diana Damrau e Vittorio Grigolo, infondendo all’opera di Gounod una lettura nitida vibrante elegantissimaDavide Annachini


Roméo et Juliette di Charles Gounod, per quanto possa sembrare opera non di repertorio, è rimasta nel tempo costante presenza nei cartelloni internazionali, in particolare al Metropolitan di New York, dove da sempre costituisce un titolo d’affezione, quasi quanto il Faust – capolavoro del musicista francese – con cui il teatro si inaugurò un secolo e mezzo fa. Dal Met proveniva non a caso l’allestimento andato in scena alla Scala di Milano, con grande successo, a dimostrazione di come l’opera di Gounod, emblema del genere “lyrique” espresso da pagine di rara bellezza e seduzione, potrebbe contare su una sua circuitazione anche da noi.

Il successo scaligero non è dipeso comunque dallo spettacolo, per altro già visto alla Scala nel 2011, quanto dall’esecuzione musicale, perfettamente riuscita in tutte le sue componenti. Nonostante la presenza di due star internazionali come Diana Damrau e Vittorio Grigolo, la maggiore sorpresa è arrivata dalla direzione di Lorenzo Viotti, giovane talento in luminosa ascesa per la statura già ben definita quanto ad autorevolezza tecnica e personalità d’interprete. Al debutto scaligero nell’opera, la sua lettura, nitida, vibrante, elegantissima, ha avuto la capacità di reggere una partitura eterogenea nelle diverse atmosfere climatiche quanto nell’ispirazione, riuscendo ad esaltarne anche i momenti meno risolti con la stessa attenzione analitica e forza teatrale riservate a quelli più poetici. Brillante con misura nelle pagine di colore, raffinatissimo negli accompagnamenti delle arie, Viotti ha mostrato il meglio nelle estasi sentimentali dei duetti d’amore, incantati e lunari, nella tensione dei concertati e in particolare nel progressivo morire del finale, in cui sonorità sempre più sommesse hanno accompagnato lo spegnersi dei due amanti veronesi con effetto struggente e indimenticabile. D’altro lato la capacità di far “cantare” l’orchestra ha confermato la stoffa del direttore di razza, ereditata dall’indimenticato padre Marcello, ma soprattutto del professionista già perfettamente consapevole e strutturato, che a dispetto dei suoi ventinove anni si impone come molto di più di una semplice promessa. I complessi scaligeri gli hanno risposto a meraviglia (maestro del coro Bruno Casoni) e altrettanto il pubblico, con il successo più caloroso della serata, meritatissimo e augurale per un prossimo ritorno in Italia del maestro svizzero.

Nel cast ha poi brillato, in un suo cavallo di battaglia che ancora gli calza a pennello, il Roméo di Vittorio Grigolo, tenore che, al di là dell’alone strapopolare e di un’incontenibile platealità al momento di ringraziare il pubblico (una sorta di spettacolo nello spettacolo), quando è in scena si rivela un serio professionista. Voce bella, tutta uguale nella brunitura timbrica, estesa (con un do acuto ancora spavaldo), ben modulata tra forti e piani quanto appassionata nel fraseggio e nella generosità dello slancio, quella di Grigolo è tra le poche certezze del campo tenorile, abbinata a una personalità d’interprete accesissima e a una padronanza scenica da autentico mattatore. La sua passionalità ha dato man forte all’esecuzione, dove la stessa Damrau è stata ancora una Juliette di rilievo per lirismo e classe, anche se la voce ha mostrato evidenti cautele sull’acuto – registro, un tempo estesissimo, dove alcuni passaggi sono stati prudentemente dribblati – e anche se l’attrice è andata talvolta sopra le righe, con corsette e mossettine volte a suggerire un’esuberanza giovanile più stucchevole che credibile. Ottimi tutti gli interpreti di fianco: bravissimo per disinvoltura vocale e scenica l’incisivo Mercutio di Mattia Olivieri, baritono ormai irrinunciabile per i personaggi brillanti, elegante e musicalissima come Stéphano, nonostante l’infortunio ad una gamba che la limitava nell’azione, Marina Viotti, sorella del direttore, impeccabile Sara Mingardo nella misurata caratterizzazione di Gertrude, luminoso e scolpito il Tybalt di Ruzil Gatin, autorevole il Frère Laurent di Nicolas Testè, ben cantato il Duc de Vérone di Jean-Vincent Blot e all’altezza tutti gli altri, Edwin Fardini (Pâris), Paolo Nevi (Benvolio), Paul Grant (Grégorio).

Lo spettacolo di Bartlett Sher restituiva nella scena incombente di Michael Yeargan e nei costumi pittoreschi di Catherine Zuber un’improbabile Verona trasportata in un improbabile Settecento, con particolare inclinazione per il bozzettismo nelle scene di carattere abilmente giocato su una recitazione sempre ipertesa, grazie anche all’ottimo contributo del maestro d’armi H.B. Barry per i famosi duelli e, per le scene sentimentali al chiaro di luna, delle luci di Jennifer Tipton. Una messinscena monumentale e al tempo stesso funzionale che ha comunque saputo assicurare una cornice adeguata ad un’esecuzione di assoluto livello, applauditissima con entusiasmo da tutto il pubblico.

Visto il 2 febbraio al Teatro alla Scala di Milano. Repliche fino al 16 febbraio 2020. Foto  Marco Brescia & Rudy Amisano / Teatro alla Scala

 

This slideshow requires JavaScript.

Roméo et Juliette
Di Charles Gounod
Direttore: Lorenzo Viotti
Regia: Bartlett Sher ripresa da Dan Rigazzi
Scene: Michael Yeargan
Costumi: Catherine Zuber
Luci: Jennifer Tipton riprese da Andrea Giretti
Maestro d’armi: B.H. Barry
Movimenti coreografici Gianluca Schiavoni
CAST
Juliette: Diana Damrau; Vannina Santoni (21 gen.)
Roméo: Vittorio Grigolo
Frère Laurent: Nicolas Testé; Dan Paul Dumitrescu (15 gen.)
Mercutio: Mattia Olivieri
Stéphano: Marina Viotti; Annalisa Stroppa (21 gen.)
Le Comte Capulet: Frédéric Caton
Tybalt: Ruzil Gatin
Benvolio: Paolo Nevi*
Gertrude: Sara Mingardo
Le Comte Paris: Edwin Fardini
Gregorio: Paul Grant*
Le Duc: Jean-Vincent Blot
*Solisti dell’Accademia Teatro alla Scala

Durata spettacolo: 3 ore incluso intervallo
Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Produzione The Metropolitan Opera, New York