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10:25 - mercoledì 23 maggio 2012


Davide Enia: l'intervista

Cominciamo dal nuovo spettacolo, che ha presentato, ancora in forma di «Studio», al Pim Spazio Scenico di Milano, nell'ambito della rassegnaLinguaggi del Sud.Come è nato, sulla base di quali stimoli e riferimenti culturali? Quale potrebbe essere il titolo definitivo?
Multiforme è l'origine di un disegno. Chìsto lavoro accumìncia perché oggi il teatro è ancora il mio mestiere, ed io sono uno di chìddi ca è fermamente convinto, come le pietre, che lo stomaco sia l'organo più importante dell'essere umano. Il cuore, derelitto e macinato, dimostra di possedere una insospettabile elasticità: è organo che anela a sopravvivere e arrinèsce a trovare energie nuove proprio laddove non credevi potesse risuonare arrière la bellezza. Inoltre, drammaticamente, si uccide più per fame che per amore. A mmìa, il mio mestiere mi nutre, mi veste, mi permette di accattàrmi i fumetti di Alan Moore e i dischi dei Radiohead. Ecco perché vengono da me allora tracciate le prime linee di una nuova architettura scenica e drammaturgica: per nutrimento, innanzitutto. E, una volta ca l'altalena è stata progettata: servono le assi ùnne appoggiare ‘u culo, le sbarre per le mani, le intuizioni di movimento per meglio carpire le oscillazioni del vento. E chìsto che ne consegue è la materialità del lavoro di scrittura drammaturgica, attoriale e scenica. E qui subentra la parte «nervosa» del lavoro: una vera e propria gara di nervi tra noi (io ed i miei collaboratori) e tutte le difficoltà materiali e concrete di realizzazione: la indolenza per le prove, il non avere a Palermo (la città ùnne abitiamo e intelaiamo le geometrie del lavoro) né altrove uno spazio ùnne provare, il dovere anzi provare nella cucina di casa mia (che almeno è luogo comodo per quando abbiamo voglia di berci un caffé), la generale situazione del teatro italiano che per me è ben più che drammatica: il mestiere dell'attore è mal pagato e svilito, i teatri stabili pubblici e di innovazione non assolvono il ruolo (per il quale sono pubblicamente finanziati) di lavorare e progettare sul territorio e comprendere e sostenere le realtà emergenti, la nuova drammaturgia non è promossa, i prezzi dei biglietti lievitano in maniera vertiginosa e, aspetto ancora più deprimente, ciò di cui uno spettacolo ha bisogno per crescere, e cioé la tenitura in cartellone per la sua continua rappresentazione, naturale sviluppo di un progetto, non è presente se non in casi isolati e felici. In più (ma ancora tanto sarebbe da dire, ma non è questa intervista il luogo adatto), se è vero che non è l'anagrafe a cambiare le cose, come la mettiamo con la gerontocrazia che impera sulle poltrone di direzione degli stabili? Quanti direttori di teatri stabili hanno meno di quaranta anni? Ecco, se riusciamo a superare questi ostacoli, se i nostri nervi reggono, se la nausea non ha il sopravvento, allora è possibile lanciarsi nella trasformazione da «studio» a spettacolo.
Per quanto riguarda gli stimoli che hanno dato un fremito alla necessità di aggradire codesta materia, s'hàv'a partire dai primi lavori, e dai miti trattati in essi: calcio e guerra. La riflessione su calcio e guerra, e la potenza mitica loro annessa, ha fatto nascere tre spettacoli: Italia-Brasile 3 a 2, seguito da maggio '43 e infine SCANNA. A essi è seguito il lavoro pensato per la radio, Rembò, che poi è diventato un libro, e che segnava uno stacco dal mondo del teatro e dai suoi per me sempre più intollerabili sperperi di soldi e talenti, ed in Rembò compare in scrittura, intarsiata al calcio, il mondo dell'intimità (la mia intimità) ostentata e condivisa con gli ascoltatori. In questo nuovo progetto adesso il passaggio è più sottile, e più azzardato. È un tentativo di costruzione di epica senza un aggancio riconoscibile che sia epico di suo. Accussì possono diventare «mitiche» le azioni dei personaggi, le loro parole, le pause prima di sorridere. Perché è sul sentimento che si sviluppa il percorso di intelaiatura di ordito e trama, ed è proprio questo il mito da cui mi abbevero: il sentimento in sé, nell'oggetto in questione i primi pruriti sessuali e le prime domande sull'esistente, i «perché mi piace questa femmina e non un'altra» uniti al «perché si soffre se Dio è amore». E tutto ciò, questo tentativo di costruzione di archetipi, risulta essere un disvelarsi di intimità continue, segreti ora sussurrati ora gridati ora scoperti insieme al pubblico. Che, in fondo, quegli anni ddà, i tredici quattordici quindici anni, sono le età delle confidenze, delle scoperte, di un nuovo modo di taliàre il mondo e di custodirne, o svelarne, gli arcani.
I riferimenti culturali sono troppi, ed al momento non riesco a focalizzarli con la fredda precisione che meriterebbero per esser innanzitutto compresi appieno da me. Borges però c'entra parecchio, e Celìne puru, e i Cent'anni di solitudine di Marquez, e i fumetti forse più di ogni altra cosa che potrei elencare. Insieme a Johan Sebastian Bach, certo. Il titolo potrebbe essere davvero: I Capitoli dell'infanzia. Parte Prima. Antonuccio si masturba.I capitoli dell'infanzia: è quella la fascia d'età investigata e narrata. Parte prima: è il primo capitolo di un opera più vasta che dovrebbe attraversare le varie età dell'esistenza. Antonuccio si masturba: stringendo, è di chìsto ccà si cunta.
Come in precedenti occasioni, anche in questo caso ha deciso di esporre il testo alla «prova» preventiva del pubblico. Cosa cerca di preciso nel riscontro degli spettatori?
La possibilità di calibrare l'urgenza del materiale che sto trattando, se essa sia una mia sterile elucubrazione o se per davvero si riesca a stabilire una sorta di bisogno di riflessione comune su quel dato tema in quel preciso momento storico. Prima di ogni scrittura, prima di tutto, mi chiedo: io Davide spettatore lettore ascoltatore, io cosa vorrei sentire vedere leggere? E da lì, parto. L'unica certezza che rimane fin dal principio di tutti i miei lavori è che ridere, e la catarsi\complicità che la risata regala, è qualcosa di difficilmente rinunciabile. Ho bisogno di ridere, davvero, ne ho bisogno. Permette di farmi accettare tutto con la leggerezza di un intervento sotto anestesia, perché il dolore, se depositato, germoglia. Allora, cerco di riceverlo sorridendo il dolore. Non sempre ci riesco, e ‘sta cosa n'anticchièdda mi graffia.
Nel 2002, col suo primo testo teatrale,Italia - Brasile 3 a 2,ha espresso in modo da non lasciare dubbi la sua passione calcistica, rinnovata con la recente pubblicazione, presso Fandango, diRembò,finalista al premio Viareggio e al premio Fiesole narrativa under 40, trascrizione di una fortunata trasmissione radiofonica a puntate, da lei realizzata con Fabio Rizzo, andata in onda su RadioDue tra la fine del 2005 e l'inizio del 2006. Come si sente oggi un tifoso palermitano in vetta alla classifica di Serie A dopo tanti anni di bocconi amari? Prevale l'euforia del successo o il timore di cadere nelle posizioni di rincalzo? In altre parole: lei è un palermitano ottimista o pessimista?
Ogni abbaglio di luce reca con sé una immanenza di ombra che le è consustanziale. Siamo ddùoco: là davanti, per la prima volta in 100 e passa anni. E siamo pericolosi, perché abbiamo avuto le ossa fracassate da una radiazione, da una caduta bassa in C2, la perenne C1 interminabile che svela di sè paesi italici dai nomi enigmatici, e poi la B che pareva già un traguardo. Noi del Palermo abbiamo addosso tutte le cicatrici del fango da cui veniamo, e adesso vestiamo l'abito buono, quello della domenica, quello del battesimo, quello del matrimoni, quell'unico abito decente che ci è costato a sangue di papa. In fondo, la storia del Palermo calcio è storia di ferite e macerie. Ma: se la tua bocca conosce il sapore della terra, gusta meglio la carnosità della fragola. Siamo ddùoco: là davanti e nùddu ci regalò niente. Ci siamo rovinati i piedi per arrivarci. Ce lo meritiamo. La testa alta a ‘sto matrimonio la teniamo per i nostri piedi insanguinati, per il nostro unico vestito buono e per la nostra bocca che ha mangiato fango.
In tutta la sua produzione l'accompagnamento musicale, che in quest'ultimo lavoro è a cura dell'ottimo chitarrista Giulio Barocchieri, svolge una funzione importante, anzi da co-protagonista, dato che vi cimentate in struggenti canti di ispirazione tradizionale. Canto e «cunto»: quanto è labile il confine? A vederla muovere le braccia e le mani a tempo, in specie mentre recita i brani più parossistiche dei suoi testi, quasi fosse un direttore d'orchestra, sembrerebbe labile assai...
Ed è labile, talmente labile che ‘u cunto diviene canto, accussì come le note suonate da Giulietto diventano partitura narrativa, ed il tutto - con un salto ulteriore - diventa altro ancora: questi canti, legati a riti ancestrali e recanti nelle linee melodiche e negli incastri armonici la memoria dei luoghi e dei misteri che li generarono, ‘sti canti ccà riescono a condurre ad un altrove che innerva di sé quanto sta accadendo. Chìsto spostamento in un altroquando può riuscire a trasformare la verità emotiva che stiamo perseguendo fino a permettere un ampliamento di senso e di significato dello stesso fatto scenico, che proprio tramite il canto diventa in chi ascolta e vede (oltre che per gli stessi cantori) un momento intimo respirato dentro uno spazio personale.
Palermo-Milano, andata e ritorno. In tutti i suoi testi e soprattutto in quest'ultimo, che contiene un vero e proprio atto d'amore per la sua città, il legame con la terra d'origine è forte, testimoniato anche dall'uso di un linguaggio che, pur rimanendo comprensibilissimo, prende frequentemente a prestito termini dialettali. A Milano lei si è però laureato - in Lettere moderne - e qui viene per «testare» i suoi spettacoli, rinnovando un legame tra due città per tanti versi distanti eppure complementari. Scartando il mare, il sole, la nebbia, la metropolitana, la Vuccirìa e via Montenapoleone, cosa l'attira e cosa la allontana rispettivamente da Palermo e da Milano?
Milano è la sede della nostra associazione, Santo Rocco e Garrincha, ed il mio amico e socio Luca Marengo, che rappresenta la parte organizzativa e logistica della compagnia, è di Milano e dalla città di Milano opera. Dopo aver trotterellato in lungo ed in largo per la penisola, su Milano mi sento di dire che ha un pubblico unico: in sala si riesce ad avere un po' tutta la geografia dell'Italia, tra persone che provengono da giù, dal centro o che hanno il papà del nord est e la mamma dell'isola. La composizione di codesto pubblico è impagabile, proprio perché multiforme e quindi svincolata da un (a volte necessario e comunque sempre urgente) provincialismo di tutti gli altri pubblici d'Italia. Il pubblico di Milano ha l'anima di Milano, che è oggi una città complessa proprio per la compresenza di più e più provincialismi, che uniti assieme formano una intrigante vox media. È infatti per me molto importante, durante l'atto scenico, ascoltarlo ‘u pubblico: è una operazione di ricerca di precisione: l'atto del bilanciaio che per tutta la giornata avrà mani intente a calibrare microgrammi. Accussì io e Giulietto lavoriamo sulle sillabe e sulle singole note prima ancora che sulle grosse unità di senso di racconto, che da più sillabe e più note sono tenute assieme.
Nel suo teatro, un tema cruciale come la corruzione della società è presente, particolarmente inScanna,primo e finora unico testo da lei scritto per una pluralità di interpreti. Non assume però, dichiaratamente, la forma mafiosa, che pure è l'agente principale di corruzione della società siciliana e non solo. Da cosa dipende? È una forma di «difesa» dal pregiudizio come dal luogo comune? È una forma di sublimazione necessaria? O forse è un modo per fuggire l'angoscia di doversi confrontare per forza, «in quanto» siciliani, con un problema che da tempo riguarda tutta la società italiana?
No, è molto più semplice la risposta: per quanto mi riguarda non possiedo ancora gli strumenti necessari, le informazioni precise (e chi le ha...) per affrontare con rigore e nettezza questo tema fin dentro le sue viscere. La complessità della mafia esige, perché io possa affrontarla, una conoscenza approfondita. E la mafia non la conosci nei titoli dei quotidiani, ma nei suoi interstizi. ‘U seme è stato jiccàto, abbisògna del suo tempo per maturare e mettere solide radici.
Un'ultima domanda, forse la più difficile: chi vince il campionato 2006-2007 di Serie A?
Chi fa più punti, e forza Palermo sempre.
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di enzo fragassi

(00:00 - 09 nov 2000)







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