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06:02 - giovedì 17 maggio 2012


Il Nobel a Pinter? Giusto, però...

ll Nobel ad Harold Pinter? Posso dire che apprezzo, ma non credo di capire del tutto? Certo, si può essere solo contenti che un così importante riconoscimento vada a uno scrittore di teatro, quale eloquente dimostrazione del fatto che il teatro non è in effetti quella forma d'arte vetusta e superata, precariamente sopravvissuta ai tempi, che molti - specialmente con responsabilità nei mass media - fanno mostra di credere: a testimonianza che è ben vivo, il teatro continua invece non soltanto a regalare registi e attori al cinema - le Cescon, i Paravidino - ma anche a consegnare nomi illustri a quella sorta di albo d'oro delle glorie letterarie che è l'illustre premio svedese.

Eppure, ci si chiede, ha senso elevare a una tale consacrazione un autore la cui fase di massimo fulgore risale a una trentina d'anni fa? Un autore che da tempo, per sua stessa ammissione, non scrive più un copione? C'è l'impegno politico, questo è vero, la scelta di schierarsi in toni sempre più veementi contro Blair, contro Bush e le loro guerre: ma basta, la generosa ma un po' tardiva militanza civile, del resto condivisa con migliaia di altri artisti, cineasti, intellettuali, giornalisti a fare di lui il prescelto per un'investitura così importante, in qualche modo definitiva? Basta a illuminare di rigore ideologico anche le fasi passate del suo percorso creativo, inducendo a leggere un oscuro incombere del potere anche in quelle sue pièce in cui un imprecisato senso di paura si esprimeva nelle maglie di un dialogare vago ed elusivo?

Molto più significato, allora, aveva avuto la tanto discussa, la tanto controversa attribuzione del premio a Dario Fo, che almeno quella sua vocazione ribellistica l'ha espressa e la esprime con un marchio forte, inconfondibile, che le sue posizioni furiosamente «contro» le ha coerentemente perseguite per buona parte della sua vita, lasciandosene totalmente ispirare tanto nella recitazione quanto nella scrittura, inventando addirittura dei «circuiti alternativi», dei canali diversi di comunicazione col pubblico. Fo, alla sua maniera, qualche rivoluzione teatrale l'ha fatta davvero, e nella doppia veste di attore-autore, nell'esuberante personalità di giullare senza tempo ha realmente incarnato una presenza per certi aspetti unica e irripetibile.

Si sa che è un esercizio sterile ma inevitabile, in questi casi, tentare impropri accostamenti, paragonare, recriminare, stilare classifiche di merito. Molto più significato avrebbe dunque avuto, a mio avviso, se questo Nobel fosse stato assegnato ad Arthur Miller, che il rigore sociale, l'impegno critico verso le storture della società ce li ha messi inflessibilmente in tutta la sua cospicua produzione drammaturgica, anche quando probabilmente era scomodo farlo, e la sua voce non allineata, la sua voce di dubbio raziocinante o di pensoso dissenso ha saputo accoppiarla a una capacità di servirsi dei trucchi e dei segreti del linguaggio scenico tale da portarlo a costruire, se non dei capolavori, alcuni dei drammi più cospicui della seconda metà del Novecento: ma Miller, come si sa, purtroppo se n'è andato qualche mese fa, e resta la curiosa sensazione che proprio per non averlo dato a lui, proprio per un improprio slittamento o per una specie di indiretta compensazione si sia optato ora per l'autore inglese.

Leggi la seconda parte dell'articolo

di renato palazzi

(20:48 - 15 ott 2005)


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