Fantastica Francesca Patanè! È lei l'autorevole risposta dell'Opera di Roma alla rutilante vernice della Scala di Milano. Di fronte alla interpretazione magistrale, alle folgorante bellezza, al nudo dirompente della sua Salome rischiano di sparire anche il fisico scolpito di Roberto Bolle e le mirabolanti fughe di Alagna. Però tra il Piermarini e il Costanzi, a leggere le cronache, sembra non essere stata l'ugola la parte anatomica preponderante: più del bel canto, insomma, si è parlato del bel nudo.
Ma Francesca Patanè (che avevamo già lodato per bravura e bellezza nell'aprile dello scorso anno quale inteprete de La leggenda di Sakùntala. N.d.T.) riesce a volare più alto: regge magnificamente la difficile partitura di Strauss, colora con espressione calzante il suo personaggio, non sfigura (semmai il contrario) tra le quattro silfidi del corpo di ballo, e porta a termine lo spettacolo inaugurale dell'ente lirico capitolino tra le ovazioni.
Della Salome di Richard Strauss, a Roma, forse non se ne sentiva molto il bisogno: e forse per questo il regista Giorgio Albertazzi, in contemporanea impegnato in Memorie di Adriano all'Argentina, ha giocato bene le sue carte. L'avvento della regia nell'opera ha cambiato molte cose, ha contribuito a scuotere un repertorio quanto mai standardizzato: i nomi dei registi sempre più hanno affiancato o, a volte, addirittura messo in ombra quelli dei direttori musicali. E un regista, per farsi notare, o solo per divertirsi, nel confronto con l'ennesima Traviata o nella rituale Bohème, deve «provocare», suscitare quello «scandaletto» che garantisce attenzione dei quotidiani e delle tv. Cosa facile, in un Paese confessionale, bigotto e sonnacchioso, come l'Italia: la pruderie domina incontrastata e il nudo, allora, è la scelta più diretta, funzionale, tanto da dominare ormai incontrastato sulle maestose scene d'opera.
Ma possono bastare anche un paio di boxer per far intervenire una inattesa (auto)censura. Così, mentre il pubblico (laico) dello Chatelet di Parigi si è divertito assai con il Candide di Voltaire messo in musica da Leonard Bernstein con la regia dell'ottimo Robert Carsen, il sovrintendente della Scala, Stephane Lissner, toglieva lo spettacolo dal cartellone dove avrebbe dovuto debuttare il prossimo 20 giugno, proprio perché, in scena, dei finti Berlusconi, Bush, Blair, Chirac sgambettavano in mutande. Salvo poi tornare sui suoi passi e ammetterla, seppur emendata.
Quel che è certo è che della Salome, messa in scena da Giorgio Albertazzi all'Opera di Roma si è parlato prevalentemente per il doppio nudo voluto dal regista. Nel prologo, interamente in prosa, creato per l'occasione, appare senza veli la glabra e francamente poco interessante Maruska Albertazzi. Poi, nella celebre danza che di veli ne ha sette, è la folgorante Francesca Patanè a concedere le proprie grazie.
Albertazzi, si sa, si è sempre divertito a omaggiare il «sesso debole» in scena: con il suo fare da impenitente seduttore e culture del bello, ha sovente spinto le sue attrici a usare costumi discinti. La cosa poteva suonar sorprendente all'Opera, ma certo fare la Salome in redingote sarebbe stato forse più scandaloso: l'opera di Strauss e il libretto tratto da Wilde, infatti, grondano erotismo (qualcuno ricorderà la incontenibile e bellissima versione cinematografica di Carmelo Bene...).
Eppure il nudo ha scandalizzato ancora. Nel Paese delle tonache svolazzanti e delle beghine imperanti, il teatro è ancora condannabile, morboso, proibito: qualcosa da lasciare a gente da seppellire in terra sconsacrata. Meglio trasmissioni come Amici per passare una serata edificante...
Al di là dei commenti ossessivi e ossessionati, però, lo spettacolo ha funzionato. E l'unico dato che conviene rilevare, allora, è che stiamo assistendo a una mutazione genetica dei cantanti d'opera. Francesca Patanè - che già scandalizzò il pubblico di Torre del Lago con una Turandot piuttosto svestita - ne è un esempio eclatante: brava e autorevole, in questo come in molti altri ruoli, fisico mozzafiato, valide capacità interpretative. Ecco, allora: nuovi cantanti che sono bravi e appassionati attori, agili performer, disponibili come mai prima al gioco e all'invenzione registica. Insomma: chi si lamenta del nudo dovrebbe pensare a quegli «armadi a muro» che erano di stazza un tempo sugli italici palcoscenici.
E dunque Salome: opera tutta novecentesca, censurata e amata, complessa e tagliente, aulica e sensuale, spirituale e umanissima, comica e tragica. La versione scenica romana risente di un'orchestra poco adamantina, diretta senza particolare estro da Günter Neuhold, di una scenografia francamente dimenticabile e costumi decisamente vistosi.
Il prologo, una veloce ma calzante riscrittura da Wilde, è affidato alla voce e alla presenza dell'intensa e umbratile Anita Bartolucci e di un Sergio Romano forse troppo amplificato per risultare credibile, con lo stesso Albertazzi che si è ricavato la voce «off» di Jochanaan mentre, si è detto, Maruska Albertazzi (che non è parente) sinuosa aspettava il suo turno per spogliarsi. Bene, decisamente, le voci: di Patanè si è già cantato le lodi. Accanto a lei, è vivace e bravo l'Erode di Reiner Goldberg (forse il personaggio meglio disegnato); meno incisivo Annoshah Golesorkhi nel ruolo del Battista.
di andrea porcheddu
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