In che stato versa l’Accademia "Silvio D’Amico"? Tempo fa, pochi mesi fa, gli studenti hanno alzato le barricate per protestare contro la direzione vitalizia - l’unico incarico a vita in Italia, a parte il papato, è proprio quello di direttore dell’Accademia nazionale - di Luigi Maria Musati. Protesta vibrante che ha smosso le acque lasciate troppo a lungo torbide nella indifferenza di tutto il sistema teatrale italiano. Da quella protesta, l’Accademia è uscita con un tentativo di miglioramento.
Ferma la presidenza di Giovanni Minoli (proprio lui, quello che dovrà risanare, prima o poi, anche RaiDue), l’incarico di direzione è passato, protempore, a Lorenzo Salveti. Regista elegante, da molti anni docente all’interno della stessa scuola, Salveti sta gestendo la difficile fase di transizione. E gli studenti? Loro hanno ripreso le lezioni, provano, organizzano vivacissime rassegne autogestite (l’ultima al ridotto del Teatro Vascello), fanno gli abituali saggi di fine anno con un occhio al mondo del lavoro e l’altro al teatro d’arte.
Significativo, in questo senso, lo spettacolo Filottete, diretto dal giovane regista Andrea Baracco, con il gruppo Itermini, e con drammaturgia che lo stesso Baracco ha elaborato con Claudio Storani da Sofocle. Lo spettacolo, infatti, è quel che si può definire un prodotto "d’Accademia" - essendo Andrea Baracco uno dei frutti migliori emersi dalla Silvio d’Amico nelle ultime stagioni.
Lavoro articolato, ancora acerbo in molti aspetti, eppure indicativo. Intanto perché la vicenda è ampiamente introdotta da una serie di azioni-situazioni in cui gli attori suggeriscono, evocano, amplificano non solo stati d’animo di questi eroi-non-eroi, ma anche i presupposti storico-letterari della tragedia. Qui il regista sceglie di moltiplicare il gioco scenico con evidenti citazioni alle suggestioni visivo-musicali di certo Nekrosius, oppure guardando a delle soluzioni sceniche tipiche dell’ultima avanguardia italiana, in particolare da Emma Dante.
Niente di nuovo? Non proprio, dal momento che siamo autorizzati a pensare che la contemporaneità teatrale sia entrata anche nelle prospettive d’Accademia, e che i suoi allievi, affamati di teatro, vadano a cercarsi riferimenti o spunti altrove. Il passo è ancora incerto, a tratti confuso, ma Baracco promette bene: non più e non solo un teatro "tardo anni Cinquanta", da commedia ben fatta o da emuli roncon-costiani, non più attori di voce sola, ma anche corpi che sanno muoversi nello spazio.
Quindi, dopo questa partitura fisico-gestuale, ambientata in un oscuro mondo evocato da ombrelli e reti, la tragedia prende il largo, svelando un vigoroso cast. Il nodo centrale della dialettica viene individuato da Baracco proprio nella memoria, nel disperato bisogno di essere ricordato, e in una dinamica generazionale che oppone strenuamente padri pseudo-eroi a figli imbelli. Neottolemo, allora, è smaccatamente un adulto ritardato, un bambinone disperato e frustrato, ansioso di vendette e rivalse. Odisseo si muta in un tronfio e spaccone, il coro sono due donne incinte e lascive. E lui? Eroe distrutto, Filottete è puzzolente per animo e fallito in carriera, diffidente e bisognoso, mendicante e orgoglioso. Mentre un uomo-maschera, ombrellaio folle, idolo misterioso, tessitore di tempo e trame, raccoglie le fila di una tragedia eterna e senza soluzione, se non quella di un fallimento condiviso, la vicenda si dipana con sussulti e ritmi diversi. Così da un incedere poderoso nella parte centrale, in cui lo spettacolo vive momenti di grande intensità e nitore, si dipana in un finale troppo insistito e dispersivo.
Generoso e seppur disuguale il cast, composto da Amanda Cicchi, Giandomenico Cupaiuolo, Roberto Manzi, Alessandra Paoletti, Giacomo Pecchia e Giacomo Mezzani.
di andrea porcheddu
(14:58 - 30 mag 2007)
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