Lo si diceva da tempo, che per rivitalizzare il panorama semi-agonizzante della scena milanese sarebbe occorso un autentico miracolo: e il miracolo è stato compiuto davvero, qualcosa a metà fra la moltiplicazione dei pani e dei pesci e la trasformazione di una zucca nella carrozza di Cenerentola. In pochi mesi siamo infatti passati dai quaranta spazi teatrali certificati dall’apposito libretto informativo distribuito l’anno scorso dal Comune per illustrare al pubblico gli spettacoli della stagione, alle centodue sale annunciate dalla trionfalistica campagna promozionale di quest’anno. Roba da far invidia a Londra e a New York.
Il miracolo non consiste solo nell’avere istantaneamente più che raddoppiato la dotazione teatrale milanese, ma anche nell’averlo fatto risparmiando alla città ogni sorta di fastidi e di disagi. A quanto pare, sessantadue nuovi teatri sono nati senza bisogno di progettisti, appalti, gru, cantieri che comportassero rallentamenti della circolazione o rumori molesti, e senza che gli ambientalisti dovessero in alcun modo lamentarsene. Inoltre la pubblica amministrazione per quest’impresa non ha dovuto sborsare un centesimo, se non il costo dei manifesti e delle intere pagine di giornale acquistate per pubblicizzare il proprio attivismo.
Ma non basta: quei teatri che appaiono dal nulla vengono anche riempiti di un immenso popolo di artisti: 1812 titoli, 1128 autori, 907 registi, 7248 interpreti, e così via. Avreste mai immaginato tanto bendiddio? 907 registi a Milano, quando in Italia i registi degni di tal nome saranno sì e no una quarantina (la categoria è in fase di trapasso) costituirebbero un vero caso culturale. 1128 autori sarebbero tanti da riempire l’Enciclopedia dello Spettacolo. Resta soltanto qualche dubbio: se i registi sono 907 e i titoli 1812, significa che ben 905 spettacoli vanno in scena senza regia? E quanti dei 1128 autori sono presenti con due o più opere?
Con un po’ di artifici contabili, di forzature, di approssimazioni, calcolando le sale parrocchiali, gli auditorium, le aule magne delle scuole si può anche arrivare a dimostrare che Milano non teme il confronto con Broadway. Non è però questo sfacciato tentativo di gettare fumo negli occhi che disturba. Da tempo ormai ci siamo abituati. Il guaio piuttosto è che fingendo di vivere già nella migliore delle situazioni possibili si impedisce di vedere i problemi veri, che pure sono tanti e sono gravi, o peggio ancora questi problemi li si elude, li si cancella, li si mette semplicemente da parte, evitando per sempre di doverli affrontare.
Così, mentre super-dirigenti lautamente pagati pasticciano coi numeri, nessuno si degna di venire a spiegarci certe questioni non proprio secondarie: cosa si intende fare, ad esempio, per correggere un sistema di finanziamenti che privilegia vecchie cricche di potere, e taglia fuori in partenza le realtà più innovative? Quali scosse si pensa di dare a una realtà che in quanto a vitalità delle proposte appare indietro almeno di vent’anni? Dove sono, dove nascono i giovani talenti, gli autori come il ventottenne napoletano Mimmo Borrelli, i gruppi emergenti come il palermitano Sutta Scupa?
E inoltre: cosa accadrà del Teatro dell’Arte, rivendicato dalla Triennale ma ancora gestito dal CRT? Ha senso che il Piccolo Teatro abbia un direttore artistico, come Ronconi, i cui spettacoli vengono ormai realizzati in ogni altra città italiana salvo che a Milano, dove nella migliore delle ipotesi arrivano in ritardo e in versione ridotta o modificata? Ha senso che il Piccolo Teatro abbia un direttore artistico come Ronconi, mentre si continuano a riprendere gli spettacoli di Strehler, morto da dieci anni? In questo momento, insomma, al teatro milanese servono le risposte alle questioni serie, non certo le sparate promozionali.
di renato palazzi
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