Renato Palazzi, in questo sito, ha firmato una bellissima analisi del progetto Arrevuoto, che ora si apre ad una nuova fase, Punta Corsara. Per quel che mi riguarda, sono forse l'unico italiano (compreso il Presidente della Repubblica) a non aver visto alcuno dei "capitoli" della trilogia realizzata con i ragazzi di Scampia. Quindi, prima di parlare con Marco Martinelli dei futuri progetti "napoletani", vorrei - come un marziano alla scoperta di un mondo sconosciuto - sapere tutto, sin dall'inizio, di questa fantastica esperienza pedagogico-teatrale.
Che cosa è stato Arrevuoto per Marco Martinelli?
Mi piace ricordare che è nato tutto da una sollecitazione di Goffredo Fofi: il teatro Mercadante ci ha chiamato a Napoli, vedendo gli oltre 15 anni di Non-scuola fatta a Ravenna, la nostra città. E vedendo anche come avevamo portato questo progetto, questa "sensibilità di lavoro" anche in altri luoghi del mondo. Con la Non-scuola siamo stati a Chicago, in Normandia o nel cuore del Senegal anche se per appuntamenti molto limitati nel tempo. La sfida, dunque, è stata di portare la Non-scuola anche s Scampia, un luogo che ben conosciamo per la difficile situazione economico-sociale. Le Albe hanno accettato con slancio l'invito del Mercadante: e così abbiamo iniziato a lavorare anche lì. L'intenzione, sin dall'inizio, è stata però di non esportare "meccanicamente" un metodo: non avrebbe avuto senso. Lo avevamo già capito e verificato ogni volta ci siamo mossi da Ravenna: si trattava di andare nei luoghi solo con dei princìpi in testa, con una sensibilità, e poi si trattava di vedere - caso per caso - come quei princìpi potevano accordarsi con il genius loci, fosse quello della periferia black di Chicago o un villaggio del Senegal... Così è cominciato tutto, nel 2005, proprio nel momento in cui stava finendo la terribile faida di Scampia, la grande mattanza. Un momento molto delicato per quella zona: ogni angolo di Scampia era segnato da un fatto di sangue.
Ed avete scelto di lavorare su La Pace...
Il primo lavoro era inevitabile. Non potevo non scegliere La Pace di Aristofane: non solo perché Aristofane è sempre stato un nostro "totem-antenato", ma anche per creare un piccolo esorcismo contro quella violenta guerra di cosche. Ma la cosa importante, appena arrivati - accompagnati nel lavoro dai primi operatori del luogo, come lo straordinario gruppo di educatori di Chi Rom Chi No - è stato di non chiudersi su Scampia, di creare anzi una relazione tra i ragazzi del centro di Napoli e quelli di Scampia. Una prospettiva che si è rivelata giusta e vincente: alcuni pensavano fosse ardita, perché Napoli vive di differenze di classe molto forti e segnate. Invece, portare le ragazze e i ragazzi del Liceo Genovesi, del centro città, fino a Scampia è stato entusiasmante...
Come, peraltro, il risultato scenico, accolto da tutti con grande entusiasmo e con pagine e pagine sui giornali...
Sì, anche tenendo conto che abbiamo lavorato 70 ore per preparare il primo lavoro! 70 ore di prove in tutto, dislocate nel corso di sei mesi e con sessanta ragazzi! Al di là delle accoglienze, quel che avviene alla fine è comunque un miracolo. Mi sentivo dentro l'uragano Katrina: si avvertiva una tale effervescenza ormonale ed emozionale di questi ragazzi che, finalmente - tra la strada e la famiglia - trovavano un terzo spazio di cui ignoravano l'esistenza, il teatro, in cui potevano tirare fuori tanto di loro stessi e trasformare in altro tutta quella violenza che avevano dentro. Trovando poi disciplina, gioco di squadra, compagni...
Anche con Jarry, per il secondo capitolo titolato Ubu sotto tiro, gli allievi hanno trovato un modo di raccontare la violenza di un mondo...
Con Ubu sotto tiro, però, abbiamo anche trovato una forte connessione con la maschera di Pulcinella. Maschera molto importante in tutta la produzione di Alfred Jarry e che le Albe, invece, non avevamo mai affrontato, nonostante Jarry sia un altro nostro "antenato". Quei Pulcinella, che diventavano centinaia in scena, vestivano tute da disinfestazione e sembravano già in mezzo all'emergenza rifiuti. Non dimentichiamo che Napoli può dare metafore brucianti: il rischio, però, è di appiattirsi su quelle metafore. Certo è che le condizioni di disagio che possiamo vivere nel resto d'Italia, a Napoli sono davvero estreme.
E, appiattendosi su quelle metafore, si corre il rischio della retorica. Qual è stato, allora, l'approccio emotivo, pedagogico, didattico per evitare quel rischio?
Veniamo dalla realtà di Ravenna, da quello che amo definire il nostro "giardino di Epicuro" che è il teatro Rasi: il nostro piccolo tentativo di costruire un luogo in cui le persone si possono guardare, possano creare relazioni, in cui gli spettacoli non cadano dall'alto senza alcuna connessione con il luogo. Mi sono portato a Scampia lo stesso spirito da "giardiniere". Jill Clemant, un grande teorico dell'arte del giardinaggio, dice che oggi troviamo la più grande ricchezza delle piante, dell'ecosistema nei luoghi abbandonati, ossia non dove c'è una antropizzazione assoluta, ma nei margini, nelle periferie, nei fossi...
Scampia è un luogo abbandonato. Ma se entri lì non come un "Regista" che deve dire la sua poetica, ma come un giardiniere che ha a che fare con piante e fiori magnifici, allora qualcosa cambia... Al di là dei premi, al di là della bella presenza del Presidente della Repubblica, mi ha interessato un percorso: in due o tre anni alcuni ragazzini che all'inizio del nostro viaggio davano solo calci al palcoscenico e dicevano no, oggi sono diventati qualcosa d'altro e scorrazzano in uno spazio di libertà che è il teatro. Abbiamo dovuto sedare tante risse: oggi il numero dei ragazzi è aumentato - siamo a circa novanta - ma quelle risse sono sempre meno, quella violenza si è trasformata in altro. Il teatro, dunque, non è sedativo, ma trasmutazione. Punta corsara è il tentativo di dare continuità a tutto questo. Perché è il segno che il teatro ha forse ancora un senso profondo. Abbiamo cercato di "proteggere" i ragazzi e il nostro lavoro dal "successo" proprio per salvaguardare quel senso. Renato Palazzi scrive di essere rimasto affascinato e stupito della serietà dei ragazzi: ma davvero abbiamo "teppisti" che hanno imparato il piacere della responsabilità, dell'ascolto, dello stare assieme".
Anche dell'autorità diversa dall'autoritarismo...
Sì, ed è un dato bello e sorprendente per tanti. Ragazzi che in genere non riconoscono autorità, se non forse quella dei genitori, hanno invece imparato ad ascoltare. Nessuno li obbligava a stare lì: mi piaceva paragonare il teatro ad un campo di calcio, dove stare insieme solo per il piacere di giocare una partita. E loro sono rimasti.
Dunque Punta corsara, la nuova fase e il futuro di Arrevuoto. Di che si tratta?
Scommessa dura. A Napoli si fanno bene i fuochi d'artificio, le esplosioni vulcaniche, è la città della grande creatività e della fantasia. Ora invece serve la durata, la permanenza, la consistenza. Dopo il terzo lavoro, L'Immaginario malato da Molière, i ragazzi temevano di essere abbandonati. E invece no: vogliamo fare dell'Auditorium di Scampia un teatro vivo, permanente, aperto. Magari collegando il "giardino" di Ravenna con la Punta corsara di Scampia, per fare ancora un cammino insieme...
di andrea porcheddu
(15:15 - 05 giu 2008)
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