È sempre un piacere venire a Martina Franca per il Festival della valle d'Itria, non solo perché la cittadina è bellissima e la gentilezza di chi ci ospita squisita, ma perché si mettono in scena opere rare, spesso in prima esecuzione assoluta in tempi moderni, come quest'anno: Il re pastore di Niccolò Piccinni (Bari 1728 - Passy 1800), Don Bucefalo di Antonio Cagnoni (Pavia 1828 - Bergamo 1896) e Pelagio di Saverio Mercadante (Altamura 1795 - Napoli 1870). Ho visto le prime due.
Il re Pastore su libretto di Pietro Metastasio, che lo ha ricavato dall'Aminta del Tasso, è stato musicato da una dozzina di musicisti, tra cui, giovanissimo, Mozart. Niccolò Piccini, già altre volte celebrato a Martina Franca - e ricordo nel 1990 l'allestimento di La Cecchina, ossia la buona figliola, nel 1996, L'Americano e, infine, nel 2000 Roland, con cui il Festival si meritò il premio Abbiati - riesce a conferire alla patetica vicenda una parvenza di verità drammatica, soprattutto nella figura di Aminta e del suo disagio, da pastore a re col rischio di perdere l'amata Elisa.
La partitura, che, come tante opere settecentesche, è una continua alternanza di arie e di recitativi quasi tutti secchi, ha nel secondo atto momenti bellissimi, come l'aria di Elisa Barbaro, Oh Dio mi vedi? e il quartetto finale; pagine bellissime anche nel terzo atto, come il recitativo di Aminta Oimè declina il sol, seguito dall'aria L'amerò sarò costante. Tuttavia la "religione" filologica del Festival non permette tagli, per cui l'opera è finita all'una di notte circa, dopo quattro ore di spettacolo che avrebbe indubbiamente guadagnato con qualche utile e intelligente taglio. Anche perché, sempre per la suddetta filologia, la parte di Aminta, che a suo tempo fu affidata al celebre castrato locale Giuseppe Aprile, e quella di Agenore, questa volta erano interpretate da falsettisti; e precipuamente dal sopranista Massimiliano Arizzi come re pastore e dal contraltista Razek François Bitar nell'altra. Il risultato era discontinuo, come le loro voci nella resa, e spesso fastidioso. La "falsettatura" faticata e stirata, spesso rendeva incomprensibile perfino i recitativi secchi: non che ci fosse molto da capire, ma insomma.
In barba alla filologia, noi preferiamo le voci femminili (Daniela Barcellona docet). Meglio da questo punto di vista andava con Maria Laura Martorana, nel ruolo di Elisa, davvero una bellissima voce, un soprano leggero e agile, abile a districarsi nelle coloriture e nel belcantismo di Piccinni. Così il maestro Giovanni Battista Rigon ha diretto con molta finezza l'orchestra, riuscendo a mettere in evidenza le tante raffinatezze, tra tanta routine, della partitura del musicista barese. Quanto al regista, Alessio Pizzech, ha inquadrato la scena con un grande albero sradicato, sotto e sopra del quale si muovono gli interpreti. Regìa suggestiva con eccessi parodistici poco consoni: per esempio, il re Alessandro si muoveva con un attore del muto; in certi momenti sembrava Francesca Bertini.
Il pubblico fedele, forse un po' tediato dai tono melanconici della musica di Piccinni e dalla lunghezza dell'opera, è stato ampiamente ricompensato dall'opera seconda in programma, di sfrenato godimento e divertimento. Si tratta del Don Bucefalo di Antonio Cagnoni. Cagnoni oggi sconosciuto, nel suo secolo, l'Ottocento, era famoso e apprezzato; tra l'altro anche da Giuseppe Verdi. Questo melodramma giocoso, lui lo scrisse a diciannove anni, come saggio del suo cursus studiorum al Conservatorio di Milano nel 1847. Il successo fu clamoroso; e crebbe ancora e durò per tutta la vita del compositore e soprattutto del grande basso che nel ruolo di Don Bucefalo si specializzò in trovate e improvvisate, Alessandro Bottero. Curiosamente, con la morte di entrambi, l'opera venne dimenticata, e ingiustamente, perché è piena di verve, di ritmo e di finezze espressive. Certamente l'opera buffa rientra nel genere ben calibrato delle parodie metateatrali (la derivazione da Le cantatrici villane di Fioravanti è palese; e si ricordi Le convenienze e inconvenienze teatrali donizzettiane) e gli echi di Donizetti e dei concertati rossiniani risuonano negli orecchi, ma nulla tolgono al piacere dell'ascolto, anzi lo accrescono nella conferma di un talento artigiano di grande livello.
Si pensa, vedendo lo spettacolo, che cosa non sarebbe stato se l'avesse cantato un Sesto Bruscantini. Perché tutto il gioco è nelle mani dell'arruffone maestro di cappella Don Bucefalo, qui interprato con successo da Filippo Morace; assecondato con grazia dal soprano Angelica Girardi. La regia di Marco Gandini, bravissimo, ha con intelligenza e arguzia ambientato la vicenda nella Cinecittà degli anni Cinquanta: e a un certo momento il muro che taglia la scena per lungo si riempie di manifesti di celebri film peplo dell'epoca, da Fabiola a Quo Vadis. Quanto alla partitura, non poteva trovare un migliore interprete del maestro Massimiliano Caldi, che l'ha diretta con tale spigliatezza, sottigliezza, brio e precisione, che mi chiedo per quale motivo egli, milanese di nascita e (credo) di residenza, non sia mai stato invitato alla Scala: Nemo propheta in Patria.
di piero gelli
(11:49 - 31 lug 2008)
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