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14:49 - sabato 04 febbraio 2012


Leo De Berardinis: il limbo è finito

Non si sapeva più se parlarne al presente o al passato, non si sapeva se considerarlo un grande della scena contemporanea o una presenza già storicizzata. L'anestesia che lo aveva sprofondato nel coma vegetativo, sette anni fa, durante una banale operazione di chirurgia plastica, relegandolo in una dimensione assurdamente sospesa, né da una parte né dall'altra, creava un oscuro disagio soprattutto a noi che lo avevamo conosciuto da vicino, frequentato seguito, studiato: è imbarazzante confessarlo, ma eravamo come in attesa della fine inevitabile. E ora che essa è arrivata davvero, la cosa più triste è che l'accogliamo quasi con sollievo.

Che strano contrappasso ha colpito Leo De Berardinis: ridotto a una condizione vuota, silenziosa, proprio lui che era stato dall'inizio una voce fra le più estreme e rabbiose del teatro italiano. È passato del tempo dai suoi primi passi con Perla Peragallo (scomparsa poco più di un anno fa. N.d.T.), quegli anni Sessanta della Faticosa messinscena dell'Amleto o di Sir and lady Macbeth, i graffi dissacranti che segnarono uno stile: ma non si può non ricordarlo come una mina vagante sempre lì lì per far saltare i fragili orpelli del teatro. Non stupisce che, dopo un tratto di strada comune, avesse rotto con Carmelo Bene: uno aspirava al mito della Callas, l'altro ad abbattere i confini tra la vita e la ribalta.

Credo che, in questo senso, poche esperienze abbiano realizzato in modo così assoluto e radicale questo bisogno di contaminare il teatro con la realtà - coi linguaggi, coi gesti, con le trivialità della realtà - quanto l'avventura che Leo e Perla vissero un paio d'anni dopo a Marigliano, il paese dell'entroterra napoletano dove si trasferirono (si auto-isolarono) a sciacquare i panni nella rude parlata locale, allestendo una serie di spettacoli con attori improvvisati, O' Zappatore, King lacreme Lear napulitane, Ssud: fu una scelta di una forza devastante, un folgorante incrocio fra Shakespeare e la sceneggiata, fra il fervore della ricerca e l'invadenza di una sottocultura popolare, plebea, proletaria che scuoteva dalle fondamenta le convenzioni della recitazione.

Da quella discesa agli inferi della marginalità sociale, seguita da altri loro allestimenti sulla stessa linea, Leo riaffiorò quasi depurato. Separatosi da Perla, iniziò un cammino di personalissima ricostituzione della forma in cui, pur continuando a far coesistere i toni alti e bassi - come attesta l'esemplare Totò, principe di Danimarca - puntò a una lancinante interiorizzazione dei classici, dall'omaggio alle sue radici meridionali - l'inquieto Eduardo di Napoli milionaria - a un severo itinerario spirituale-sapienziale nel mistero di alcuni grandi personaggi, il Prospero della Tempesta scespiriana, la Ilse dei Giganti della montagna di Pirandello, oltre al febbrile collage di Novecento e mille.

Dagli anni Ottanta gravitò soprattutto su Bologna, dove creò una compagnia e più avanti diresse anche una sua sala, il Teatro di Leo. Dal '94 al ‘98 fu alla guida del festival di Santarcangelo. Lasciò un'impronta profonda su diverse generazioni di giovani gruppi, di attori e di registi. Adesso che non c'è più, potremo infine pensare a lui non come a un corpo inerte, ma come a quel maestro carismatico che in effetti è stato, da discutere, da inquadrare nella sua ribollente irregolarità, ma comunque da onorare e ricordare come tale.

di renato palazzi

(12:08 - 19 set 2008)


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