Gli italiani sono sempre pronti a correre in soccorso del vincitore, diceva qualcuno. Ed ora, in soccorso del pensiero dominante, è arrivato anche lo smagliante Alessandro Baricco che, in un lungo, articolato pezzo su Repubblica detta le linee di una cultura prossima ventura. In tema di crisi e di tagli generalizzati, Baricco, più realista del re, interviene deciso: basta denaro pubblico alla cultura, spazio ai privati.
Il ragionamento dello scrittore è minuzioso: se ho ben capito, dice di voler "pensare veloce" ed individua i motivi di crisi di un sistema che ha speso "fiumi di denaro" per finanziare la cultura. Gli scopi erano almeno in partenza, buoni e condivisibili, concede Baricco, ma siamo a un punto di non ritorno: "probabilmente sono ancora giusti, legittimi, ma andrebbero ricollocati nel paesaggio che ci circonda. Vanno aggiornati alla luce di ciò che è successo da quando li abbiamo concepiti".
E il paesaggio è l'Italia del "privato è bello" a tutti i costi. Si tratta, allora, per l'autore di Seta, di cambiare strategie. Ossia togliere i soldi alla cultura (musica, opera, cinema, editoria, teatro, danza...) per metterli in scuola e televisione, facendo così finalmente insegnamenti adeguati e trasmissioni colte (si suppone condotte dallo stesso Baricco).
Alla scuola (magari quella privata, ma questo Baricco non lo specifica), il compito di formare il pubblico futuro, ossia di "alfabetizzare". Fatto questo, tutti salvi: dopo di che, spazio al mercato e al business. Il Fus, quindi, si suppone andrebbe diviso tra Rai, Mediaset e scuola (superiore?): come, non è affare che riguarda Baricco, importante è l'indirizzo.
Questo, se ho ben capito, e certo malamente riassunto, l'invito dell'autore di Novecento. Con buona pace di Giorgio Strehler e Paolo Grassi (come suona antico il loro "un teatro d'arte per tutti"..), ecco che Baricco sembra voler dire: quello che lo stato sociale e la democrazia dovevano fare, hanno fatto. Mo' basta. Spazio all'imprenditùr, che sicuramente farà meglio (o non peggio) dell'assessore o del ministro di turno.
Chissà, magari si potrebbe estendere lo stesso concetto alla Sanità: basta, con questi ospedali pubblici, tanto ormai la salute è più o meno garantita a tutti! Finanziamo belle trasmissioni tipo Medicina 33 o Elisir, così siamo più informati. E una bella ora di lezione a scuola sulla profilassi anti-influenzale è meglio di mille laboratori di ricerca.
Perché il problema che Baricco aggira, sapientemente, o dà per vetusto, è quello del ruolo della Cultura in un Paese come il nostro. L'Italia, se ha un motivo di notorietà nel pianeta, lo deve non solo alle boutade dell'imprenditore-presidente, ma anche - e soprattutto - a quell'infinito patrimonio che è la cultura, inteso non solo come beni, ma anche come opere dell'Ingegno. Il Bel canto - che fa sì che l'italiano venga studiato in tutto il mondo - vale sicuramente più di ogni "mercato privato". Ma oramai, dice Baricco, ha vinto l'impresa: facciamo buon viso a cattivo gioco, allora. Abdichiamo pure a quel patrimonio. E anziché cercare nuove e più ficcanti modalità di sostegno - come ha fatto, ad esempio, Renato Palazzi su queste pagine, invitando a un maggiore investimento a favore dei nuovi talenti - il Bel Paese può serenamente sbracarsi al volere dei benefattori della cultura (tipo Briatore? Tronchetti Provera? Caltagirone? Oppure i furbetti del quartierino?). Certo, ci sono imprenditori illuminati: pur rimpiangendo Olivetti, non possiamo dimenticare quel che fanno, ad esempio, la Fondazione Fendi, la Sandretto, Cucinelli o altri mecenati dinamici per l'arte contemporanea e la cultura. Ma vogliamo davvero lasciar loro la programmazione dei teatri d'Opera? La scelta del repertorio teatrale? La formazione degli attori e delle attrici? La ricerca dei nuovi linguaggi? Dirà Baricco: certo no, servono degli intellettuali capaci di dialogare con i privati! (fate un nome...).
Ma non basta: l'autore del memorabile Davila Roa si scaglia contro il teatro di regia, prendendo a modello il teatro anglosassone, che non godrebbe di finanziamenti pubblici, tralasciando agilmente altre fondamentali culture teatrali come quella tedesca, francese, spagnola... Che si avvantaggiano tutte di reali, cospicue, stabili, lungimiranti politiche pubbliche.
In una cosa Baricco ha pienamente ragione: sono bastate sei reti televisive, e trent'anni di programmazione fitta, per fare dell'Italia un Paese sempre più razzista, spaventato, violento, approfittatore, volgare. Un Paese senza identità e senza futuro. Nonostante tutto, nonostante Puccini e Verdi, nonostante Pirandello e Dario Fo. A poco è servita e poco è durata, la "resistenza" della cultura, incapace di fermare il berlusconismo dilagante. Così come ascoltare Beethoven non impediva al nazismo di dilagare... Ma, come è costume italiano, se c'è la febbre, non si cerca una cura: si rompe il termometro. Così la febbre non c'è più...
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di andrea porcheddu
(17:56 - 24 feb 2009)
pavola scrive alle 14:08 - lun 30 mar 2009
le parole di baricco su repubblica (e le tante altre dette per chiarire o riparare mezze cacchiate) sono parole tuttora confuse... parla di soldi gestiti male dall'Eti e dal gruppo che da anni gestisce il teatro "pubblico" (e in questo non sento di dissociarmi) ma ne da una soluzione a mio parere sbagliata; come dire se una cosa va male non cerchiamo di migliorarla ma giriamoci dall'altra parte. Se oggi il teatro è in fin di vita è a causa degli ultimi 50 anni di una gestione che ha portato soprattutto i giovani ad allontanarsene, ha condotto il teatro fuori dalla vita quando ne dovrebbe essere circondato... ho quasi 30 anni e quasi tutti i miei amici non vanno a teatro perchè pensano che è una palla!!!! e dopo l'obrobrioso "il teatro allunga la vita" credo che non ci andranno mai!!! vari sono i problemi: privati che si imperano sulle produzioni (spesso di qualità pessima); spettatori che se hanno 60anni vanno a vedere cechov(con tutto il rispetto)se ne hanno 14 vanno al brancaccio a vedere le recite....e chi sta in mezzo va al cinema...
fare teatro oggi è sempre più difficile; le sale costano troppo, le scuole costano troppo e spesso non valgono quel che paghi...i laboratori li fanno tutti ma senza seguito, gli spetacoli spesso sono vuoti di significato o peggio di emozioni...in ultimo c'è il teatrante fighetto che solo perchè fa l'accademia crede di essere arrivato...
scusate il delirio ma sto inc...
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Buongiono Pavola, per cortesia, post un po' più brevi. Grazie. La redazione
freemind scrive alle 21:59 - lun 02 mar 2009
Le televisioni private dovrebbero finanziarsi unicamente attraverso la pubblicità, almeno è quanto sostengono, e con i proventi della pubblicità fanno lavorare migliaia di persone, producono spettacoli, quiz, giochi a premi milionari e così via. Quanto si spende per una puntata di un banale talk show televisivo? Facendo i conti sicuramente molto di più di tutto il contributo del FUS per il sostentamento di un teatro per un anno intero. Il problema forse non è nei costi ma nei possibili effetti sulle coscienze degli individui che il teatro, la musica e il cinema d'autore possono indurre. Molto meglio le spese per il "Grande Fratello" che aiutano a rendere bolliti i cittadini così non si accorgono che fra poco l'acqua sarà più cara del vino e della benzina. Piccola riflessione la pubblicità la pagano i consumatori perchè è caricata sul costo finale dei prodotti,ovviamnente...
francescorussolx scrive alle 18:49 - mer 25 feb 2009
Non sono assolutamente daccordo con la ricostruzione riportata nell'articolo circa il pensiero di Barrrico. Ho letto l'articolo di repubblica e ho ascoltato Barrrico su radio tre a Faherenheit. Purtroppo devo constatare che il giochino di criticare a priori si diffonde a macchia d'olio. Il ragionamento di Barrico lo trovo condivisibile, non si tratta di eleminare i Teatri Stabili, come indicate nel vostro fuorviante sondaggio, bensí di pensare in una nuova strategia che permetta di raggiungere il pubblico.
E perché scandalizzarsi alla parola televisione? Non sarebbe un vantaggio avere una televisione che offri un servizio educativo, penso per esempio al canale franco tedesco ARTE.
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