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08:39 - domenica 01 agosto 2010


Mittelfest 2009: muri da far crollare

Raccontare, testimoniare come lo spettacolo sia importante per mettere in crisi i muri,le divisioni , il rifiuto dell'altro, la crudeltà organizzata, la mancanza di solidarietà. È il progetto attorno al quale, a 20 anni dall'abbattimento del muro di Berlino che divideva in due zone la città, ruota Mittelfest 2009. Un tema importante perché sappiamo che muri di ogni genere, a cominciare da quello che separa ebrei e arabi, nascono ovunque: è il muro dell'incomprensione, del razzismo, dell'autoritarismo, della malattia: muri ideologici, reali virtuali,spirituali che dividono l'uomo dall'uomo. E fino a quando ci saranno muri, non ci sarà mai libertà vera. I muri, dunque,le cortine di ferro e quelle delle sbarre, le divisioni, il disadattamento totale e angosciante di chi è stato costretto a lasciare la sua terra, straniero fra stranieri, situazione ancora più tragica se si è fra gli ultimi della terra, quelli che non hanno niente.

Alcuni momenti importanti di questo festival ci hanno fatto riflettere proprio su questo. C'è l'immagine forte di Gabriele Lavia che dice nella serata inaugurale, pensata da Furio Bordon direttore del settore teatro del Festival, le durissime invettive di David Maria Turoldo contro una società, una politica, una chiesa dell'esclusione e non dell'accoglienza mentre alle sue spalle scorrono le immagini del muro di Berlino. Ma è anche l'umanissima requisitoria di Pino Petruzzelli, attore di un teatro civile, che ci racconta, traendolo da un suo importante libro intitolato Non chiamarmi zingaro (edito da Chiarelettere), la difficile, spesso tragica storia del popolo rom e sinti, alla luce di un razzismo vecchio e nuovo, di una crudeltà spesso efferata, tesa nel corso dei secoli a togliere a questo popolo la sua identità, a cancellarne la diversità nei lager nazisti, nei campi d'accoglienza simili a lager. Solo in scena, fra luci e ombre Pino Petruzzelli con il suo gesto antico, lievemente retorico, di narratore popolare, si fa maschera e megafono di una vicenda di scientifica o becera sopraffazione che purtroppo ha ancora oggi tenaci seguaci.

L'altra immagine forte nella bellezza della scrittura, è quella dello sradicamento che segue a un esilio dalla propria terra, dalla propria lingua. Esilio difficile da accettare quando nasce dall'impossibilità di portare avanti le proprie idee, le proprie scelte. Ce lo racconta Il lacchè e la Puttana, racconto delicato e disperato di Nina Berberova, messo in scena da Marco Casazza come una mise en espace che tuttavia suggerisce, negli elementi scenici di Andrea Stanisci e nei costumi, il profumo degli anni Trenta. È una piccola tragedia quotidiana che si svolge a Parigi, fra gente sradicata, senza futuro, perfino umiliata dalla propria esistenza, senza più voglia di vivere. Interpretato con finezza da Maria Ariis, Franco Migliaccio e dallo stesso regista nel ruolo del narratore , è un'escalation di ruvidezza e di tenerezza, di fissazione morbosa e di facile crudeltà, di decadenza e di rimpianto che termina con un assassinio.

Ma lo spettacolo che ci ha preso di più, che ci ha fatto riflettere, che ci ha commosso è Muri di Renato Sarti, interpretato da una straordinaria Giulia Lazzarini. È una storia vera quella che si racconta con l'aiuto di un leggio, di un tavolino, di una tazza di tè per dissetarsi di tanto in tanto. È una lezione non accademica ma di vita perché la sua protagonista, Mariuccia Giacomini, per lunghi anni infermiera nel manicomio di Trieste, rivela le sue esperienze, la tragica realtà di quel luogo, le violenze perpetrate sui malati in nome di un'ottusa visione medica, l'indifferenza quando non la crudeltà verso esseri umani ridotti a vegetali, puniti senza senso. Un museo degli orrori spazzato via dall'avvento di Franco Basaglia, che aprì i cancelli del manicomio e rese ai malati il senso e la dignità della vita. Muri racconta anche la crescita umana, professionale, politica della protagonista, la scoperta del senso della dignità e della necessità del proprio lavoro. Una prova straordinaria d'attrice, assecondata dalla regia non invadente di Sarti, un mix di forza e di dolcezza che non si può dimenticare.

di maria grazia gregori

(09:55 - 27 lug 2009)


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