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10:54 - mercoledì 23 maggio 2012


Non è una Biennale per vecchi. Però...

L'onda emotiva dell'improvvisa scomparsa di Pina Bausch ha spinto l'attenzione di tutti verso il Festival di Spoleto, dove il Wuppertal Tanz Theater è andato in scena, a tre giorni dall'annuncio della morte della coreografa, con uno spettacolo, Bamboo Blues, trasformato, al di là del suo valore intrinseco, in un rito collettivo di dolore, nostalgia, rimpianto.

Ironia della sorte, solo una settimana prima, a Venezia, la Bausch aveva aleggiato con il suo carisma sulle ultime giornate dedicate quest'anno al progetto Grado Zero, starting point di una nuova fase produttiva e programmatica del Festival Internazionale di Danza, ancora una volta a cura del coreografo e danzatore brasiliano Ismael Ivo.

Se infatti lo stesso Ivo è strettamente legato al mondo del Tanztheater e alla Bausch in particolare (così che sotto la sua direzione le fu conferito il Leone d'Oro alla Carriera nel corso della Biennale 2007) e se sono culturalmente affini al mondo di Bausch molti dei maestri che hanno lavorato con i giovani danzatori selezionati per il progetto di perfezionamento Arsenale della Danza, culminato con la creazione di Ivo, ad ammantarsi addirittura del suo nome, presentando un assolo da Nefes, è stata La Compagnia, ovvero la più recente formazione nata in Italia e tenuta a battesimo, appunto, alla Biennale veneziana.

Rimandando al prossimo anno il Festival Internazionale di Danza vero e proprio, lo spazio coreografico della Biennale 09 è stato infatti affidato alle formazioni nate dal lavoro di alcuni consolidati centri di didattica legati al linguaggio contemporaneo, nell'intento di indicare le nuove tendenze didattiche che favoriscono il tirocinio professionale di alto profilo. Per questo si sono alternati sulla scena del Piccolo Arsenale i gruppi di neodanzatori del Centro Coreografico di Angers, la sezione di teatrodanza della Scuola Civica di Arte Drammatica Paolo Grassi, il suddetto Arsenale Danza e La Compagnia, nata all'interno dell'Accademia Nazionale di danza, alle prese con importanti esponenti della coreografia d'autore - da Trisha Brown - presentata dai francesi - a Yasmin Godder, che ha rielaborato per la Civica il suo Sudden Birds.

In momenti tristi come quelli vissuti in Italia, ma non solo, dalle arti dello spettacolo e dalla danza in particolare, dare vita a progetti artistici di questa natura è davvero un atto di fede. Si deve comunque essere consapevoli dell'ambiente in cui il progetto prende vita, pensare a quale pubblico deve rivolgersi, in quali spazi teatrali può apparire. Se, come in certi casi, la funzione è di puro, nobile tirocinio (ovvero esperienza pratica ma limitata nel tempo) e la finalità è quella di far sperimentare agli allievi il lavoro creativo con un autore, le fasi della messa in scena, la responsabilità di una realizzazione professionale, è comprensibile anche la più radicale scelta artistica. Se invece, come nel caso della Compagnia, l'intenzione è proprio di inserirsi nel mercato con un progetto artistico ambizioso, allora converrà fare al più presto chiarezza sulle linee da seguire e i target da raggiungere.

Innanzi tutto vista l'età dei danzatori (dai 19 ai 25 anni): si fa fatica a ritenerla una compagnia "giovanile" o di formazione. A 25 anni si è, si deve, essere ampiamente professionisti della danza. Nasce all'interno dell'Accademia di Danza: sono solo quattro però i danzatori lì diplomati entrati nell'ensemble, che invece riunisce ballerini di varie formazioni e nazioni. Visto che il legame con l'Accademia è esplicito, c'è da augurarsi che pian piano proprio da quel bacino arrivino i componenti del gruppo, che avrebbe allora una ragione di appartenenza all'istituzione. Da quanto visto poi a Venezia, l'insieme è di una disomogeneità fisica talmente evidente da essere voluta.

Assodato il concetto di democrazia del corpo, sorge però un altro dubbio. Cosa si vuole asserire con queste diversità fisiche? Che linee estetiche e stilistiche si vogliono intraprendere? Offrire un materiale umano così eterogeneo ai coreografi invitati quale filosofia reale ha? A proposito dei coreografi invitati in questo spettacolo di debutto, Jacopo Godani con il suo Da ora in poi, ha declinato con padronanza un linguaggio atletico, destrutturato, fortemente basato sulla conoscenza dinamica degli enchainements di tradizione postclassica, confezionando un lavoro solido, elegante, un po' lungo, con belle musiche di Ulrich Müller e Sigfried Rossert. La sudafricana à la page Robyn Orlin, autrice impegnata a épater les bourgeois, ma completamente priva del concetto di coreografia, invece affastella una serie di peluche, palloncini volanti, mascheroni di musi di cane, filmati delle lotte operaie anni '70 e del disastro dell'Aquila, panni bagnati, scarpe col tacco e fa muovere i poveri fanciulli dentro sacchi di carta da pacco con movenze canine talmente squinternate, scollegate, involute, che non si comprende assolutamente dove il suo metodo per libera associazione applicato in With astonishment I note the dog (che vorrebbe omaggiare il migliore amico dell'uomo) possa portare tutti noi. Mah.

La Compagnia, dicevamo, si è presentata con il cadeau fattole dalla Bausch, che dell'Accademia Nazionale di danza era presidente onorario: il permesso di utilizzare l'assolo che Cristiana Morganti aveva realizzato sotto la sua guida nello spettacolo Nefes, un minuto o poco più di grazia leggera, solare, fresca e poetica, affidato a una fanciulla in rosa che ha aperto la serata e d'ora in poi aprirà ogni spettacolo della Compagnia romana. Una folata di aria fresca, delicata, tipica della più recente fase creativa del Tanztheater Wuppertal, riconciliatosi con la danza.

Unica compagnia professionale presente negli appuntamenti veneziani - che hanno visto anche una vivace e variegata serie di incontri/dialoghi tra coreografi e studiosi chiamati da Ivo e Francesca Pedroni a interrogarsi sullo stato dell'arte - la formazione di Michael Clark ha ripresentato un antico enfant terribile della coreografia formalista postclassica europea, che con lui avrebbe potuto trovare nuove strade linguistiche. Clark, tornato sulla scena dopo tempi bui, si è presentato con un lavoro del suo vecchio repertorio, allora dissacrante oggi totalmente neutralizzato (Swan Lack) e con una novità su musiche mitiche di Bowie, Iggy Pop e Brian Eno, Thank U Ma'am, talmente scoordinata, anodina, ripetitiva e afasica nel linguaggio hard accademico perigliosamente eseguito dagli incerti ballerini da chiedersi la ratio di una siffatta scelta artistica. Vedremo se il Festival internazionale del prossimo anno (con probabile focus su Canada e Australia) riuscirà a scuotere la pericolosa tendenza all'involuzione indicata da queste scelte artistiche minime, ma pur sempre, a loro modo, significative.

di silvia poletti

(14:52 - 17 lug 2009)


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