Sarà a causa della repentinità dell'avvenimento, sarà perché proprio non ce lo aspettavamo, ma più passano i giorni, più mi resta la sensazione che il mondo dell'informazione nel suo insieme abbia accolto la notizia della morte di Pina Bausch con una certa, sostanziale indifferenza. Ci sono stati, com'è ovvio, gli ampi articoli - esaurienti, commossi - dei critici di danza che l'hanno amata o conosciuta da vicino (leggi quello di Silvia Poletti pubblicato da Delteatro.it): le testate giornalistiche e le emittenti televisive sembrano però essersi quasi limitate a liquidare l'argomento nel modo più rapido e dignitoso possibile, senza sentire evidentemente il bisogno di tornarvi sopra più pacatamente, di riprenderlo e approfondirlo anche al di là dell'urgenza di comunicare la notizia.
Non per fare paragoni impossibili: ma mentre le cronache traboccano ogni giorno di dettagli sull'agonia, sui farmaci, sull'eredità, sulle reazioni dei fans di Michael Jackson, questa signora dall'incommensurabile talento se n'è andata con una austerità e una discrezione che certo le appartenevano, ma che - data la statura del personaggio - appaiono perfino eccessive. Lei non si è trasformata in un mutante, non ha cercato di cambiare colore alla sua pelle, d'accordo, ma è stata probabilmente la figura più rivoluzionaria dello spettacolo del secondo Novecento. Ha sovvertito forse per sempre il concetto stesso della danza: ma la sua importanza, paradossalmente, risulta addirittura maggiore fuori dall'ambito strettamente coreografico.
Con Kantor, da cui la divideva l'anagrafe, ma col quale ha vissuto a distanza un'esperienza in qualche modo parallela per avere entrambi portato - più o meno negli stessi anni - un radicale attacco alle convenzioni della rappresentazione, è l'artista che più ha contribuito a rinnovare i linguaggi della scena. Non soltanto perché ha fatto recitare i danzatori, o perché tanti attori, nella sua scia, hanno preso a mescolare alla parola degli elementari passi di ballo: il suo intervento, in realtà, ha abbattuto dalle fondamenta ogni astratta distinzione dei generi e delle discipline, ha reso possibile quel sovrapporsi di tecniche e codici espressivi che sono oggi un segno distintivo della creazione teatrale del nostro tempo.
Gli echi dei famosi questionari, le domande che rivolgeva ai suoi discepoli e seguaci su quali ricordi dell'infanzia conservassero o quali parti del proprio corpo guardassero con fastidio - che diventavano un punto di partenza per la costruzione del lavoro- sono rimbalzati pari pari nei canovacci di vari gruppi teatrali considerati all'avanguardia: ma al di là di questa fedele assunzione di un peculiare modello di improvvisazione, con lei si è affermata l'idea in sé che non un testo preesistente, ma l'attore con la sua interiorità, coi suoi sentimenti e le sue passioni siano al centro dello spettacolo. E si è trattato di una scoperta epocale, di un autentico rivolgimento copernicano.
Senza la Bausch - e senza Kantor, con la sua compagnia di attori non professionisti, pittori, scrittori, artigiani - non avremmo mai neppure percepito la possibilità di un teatro i cui materiali drammaturgici non sono le invenzioni di un autore, ma i vissuti personali, i comportamenti, gli stessi difetti fisici di chi è chiamato a portarlo alla ribalta. Senza di lei difficilmente si sarebbe imposta la consapevolezza, ormai diffusa, che il teatro non debba essere fatto necessariamente di recitazione, ovvero di mediazione interpretativa, di adesione forzata alla fisionomia di un personaggio, ma che arrivi a comprendere schegge di vita, confessioni, sofferenze di chi ne era considerato il mero esecutore.
Non a caso hanno avuto a che fare più o meno occasionalmente con lei - o per esserne stati allievi, o per averla accompagnata in qualche tratto di strada - alcuni dei più drastici eversori del teatro contemporaneo, da Marthaler a Pippo Delbono a Rodrigo García, ovvero quella schiera di registi che, appunto sul suo esempio, hanno polverizzato ogni artificio narrativo trasformando la pura presenza scenica in cruda esibizione di sé e dei propri tic, delle proprie goffaggini, dei propri disagi, in mera enunciazione di punti di vista, in invettiva, in ossessiva elencazione di azioni e stati d'animo, in immediata espressione di una condizione patologica o di un'angoscia sociale ed esistenziale.
È, insomma, chiaro che soprattutto grazie a lei, apparentemente così esangue, così fragile, si è verificata quella deflagrante dissoluzione della forma - sostituita, senza dubbio, da un diverso genere di forma, ma più impercettibile, meno condizionante - dalla quale è nato in questi anni un altro modo di comunicare il pensiero e le emozioni, forte, immediato, vitalissimo. Il suo intervento non ha dunque spostato soltanto le dinamiche dello spettacolo, ma evidentemente ha inciso ancor più in profondità sul gusto e la sensibilità degli spettatori. Quando morì Kantor, molti ebbero l'impressione che con lui, in un certo senso, finisse il teatro. In questo caso il teatro non finirà, ma continuerà per chissà quanto tempo ad avvenire nel suo inconfondibile segno.
di renato palazzi
(19:12 - 09 lug 2009)
chiaracico scrive alle 11:15 - mar 14 lug 2009
grazie per questo articolo.
siamo purtroppo abituati al silenzio, la recente scomparsa di Leo De Berardinis ne è un buon esempio, ma credo che la gente di cultura continui a pensarci.
c.
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