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16:28 - venerd́ 10 febbraio 2012


Piangete Veneri e Amori... Addio Pina

Dal momento in cui è arrivata la notizia della scomparsa di Pina Bausch è iniziato a echeggiare nella mente l'incipit della tenera elegia catulliana che invocava la comunione di lutto di dei e umani per il delizioso passerotto di Lesbia: Piangete Veneri e Amori... L'immaginazione fa strani scherzi, specie quando d'improvviso si spengono luci del proprio personale stellarium.

Eppure la delicatezza della lirica latina, intonata quasi come un piccolo canto dolente, per similitudine mi ha rimandato al melodramma barocco così amato dalla coreografa, che spesso l'aveva praticato, specie nella prima fase della sua creatività (cui però, curiosamente, stava facendo ora ritorno, come all'Opéra di Parigi per la ripresa di Orpheus et Eurydices). Lo stesso Café Muller, lavoro epocale che arrivava in maniera violentemente umana a raccontare disagi, smarrimenti, solitudini immense, umanizzando la danza attraverso corpi quotidiani, si elevava verso dimensioni universali anche grazie al palpitare misterioso e accorato del canto della Didone morente di Purcell, vibrante nel corpo fragile ed emaciato della stessa Bausch, interprete e figura cardine di quel viaggio nella memoria e nel dolore.

Ecco, più che menzionare: a) l'importanza epocale della nuova drammaturgia teatrale dei suoi Stücke; b) le speciali modalità di creazione - a metà tra il sistema del flusso di coscienza e la maieutica socratiana -; c) l'impatto violento prodotto nell'establishment culturale della Germania occidentale, fin lì teatralmente colonizzata dai vincitori e da lei in poi costretta a fare i conti con i propri fantasmi e sensi di colpa; insomma più di tutto quello che è stato scritto e analizzato molte volte e da molti studiosi, piace che il ricordo si soffermi alla presenza fisica e danzante della Bausch, costantemente elegiaca, dolente, tormentata - anche quando si poteva intravedere un sorriso tra le nuvole. Come diceva qualcuno, del resto, "si danza ciò che si è". E la Bausch danzava se stessa. Diceva spesso: "La vera questione è: dov'è che si comincia a danzare? Dov'è questo inizio? Quand'è che si parla di danza? Sono cose che hanno a che fare con la coscienza, con la percezione del proprio corpo... E con il modo di plasmare le cose".

È questo, del resto, cha la porta inizialmente a cercare un'identificazione con le pratiche coreografiche del tempo: soprattutto Kurt Jooss a Hessen, e poi - dato mai troppo sottolineato - con Antony Tudor, maestro dell'introspezione psicologica tradotta in danza e il coreografo umanista José Limon a New York. La spinta all'intima perenne domanda, all'arrovello e alla visione anche spietata dell'umanità, arriverà proprio da loro. E ancora è proprio il voler danzare lei stessa, voler esprimere qualcosa con quel suo corpo impalpabile, nervoso, divorato da un tensione interiore che la spinge a coreografare: "Fu più per un mio personale senso di frustrazione - raccontava - che un bel giorno pensai di fare qualcosa per me stessa. Ma non volevo fare coreografia: l'unico obiettivo era quello di danzare... Continuamente mi sforzo disperatamente di danzare".

Se le parole hanno un senso rivelatore, quella disperazione, quella frustrazione che hanno dettato l'avvio di una vera rivoluzione linguistica, sono state anche la spinta per trovare in questa nuova forma di espressione uno sfogo esistenziale. Da qui, dunque, si capisce il seguente enorme spazio dato all'autonomia dei suoi strepitosi interpreti, alle loro improvvisazioni (nate magari da una domanda generica posta come avvio - lo racconta un bel documentario, intitolato Un jour Pina m'a demande... Se ne trovano brani anche su YouTube. N.d.T.); oppure i suoi lunghi silenzi, uniti agli sguardi indagatori e allo stesso tempo elusivi giacché osservava la persona davanti a sé. Ma poi andava oltre, come disse una volta Vittoria Ottolenghi (che non nascondeva un personale disagio di fronte alla coreografa): "Attraverso i suoi danzatori infatti, non racconta una storia, ma quello che c'è dentro, dietro e oltre la storia...Un teatro totale che proprio attraverso la danza onnipresente e che tutto muove, estendendosi a macchia d'olio, può finalmente ricatturare significati profondi, segreti, proibiti - come il nome ineffabile dell'unico Dio".

A partire da Viktor (1986), come sappiamo, Pina Bausch iniziò un suo viaggio metaforico e metafisico in molte terre esemplari, nel mondo, alla ricerca soprattutto di intime risonanze da tradurre nelle sue storie "minime" di esseri umani. Una tappa del suo lungo viaggio, ironia della sorte, arriva al Festival di Spoleto proprio in questi giorni: l'indiano Bamboo Blues, che diventerà così ulteriore occasione di riflessione e rimpianto per questa creatura piena di humanitas, sorpresa, impaurita e tuttavia irresistibilmente attratta dall'avventura della vita. Un'avventura della quale ha saputo descriverci le meravigliose contraddizioni, riuscendo ogni volta a lasciarci turbati, commossi, emozionati. Un'avventura nella quale oggi, con la sua silenziosa, improvvisa scomparsa, vaghiamo sicuramente un po' più soli e un po' più nell'oscurità.

PS. Vale la pena segnalare due libri, recentemente pubblicati in Italia, che catturano l'immaginario di Pina Bausch attraverso le foto di Francesco Carbine e le riflessioni di due importanti firme italiane. Il primo Pina Bausch. Vieni, danza con me vede i testi di Leonetta Bentivoglio, unanimemente considerata, insieme al tedesco Norbert Servos, la più autorevole studiosa della poetica e del mondo di Pina Bausch, edito da Barbés. Il secondo vede la firma di Roberto Giambrone, critico teatrale e di danza, e si intitola Pina Bausch/ le coreografie del viaggio, edito da Ephemeria.

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di silvia poletti

(17:19 - 02 lug 2009)


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