Reinventare un festival è una bella sfida. Rimetterlo in sintonia con i tempi dopo un passato illustre e una progressiva decadenza che sembrava inarrestabile si può rivelare un'operazione da fare tremare i polsi. Ma Chiara Guidi della Raffaello Sanzio per quest'anno e nei due anni a venire Enrico Casagrande dei Motus ed Ermanna Montanari delle Albe hanno deciso di misurarsi con questa manifestazione per rilanciarla. Tre nomi che significano ricerca di nuovi linguaggi, di nuovi pubblici per un teatro - come quello al quale appartengono i tre direttori - che da sempre guarda al futuro, che studia il mescolamento dei generi, che cerca la salvaguardia di uno spazio di libertà espressiva quanto mai accidentata di questi tempi.
Per Santarcangelo 39 Chiara Guidi ha scelto (leggi l'intervista) di muoversi all'interno di un teatro che sappia confrontarsi - o che nasca addirittura - dalla ricerca musicale, ambito nel quale l'artista di Cesena ha sviluppato una sua personale "via" spesso accanto a Scott Gibbons. In scena dunque nel fitto cartellone del Festival con i suoi 28 gruppi di 7 Paesi, con i suoi venti luoghi teatrali, c'è la musica che significa ascolto, ritmo, linguaggio, pentagramma, movimento dei corpi e delle parole, musica dei gesti e degli strumenti, degli oggetti. Con l'idea di scegliere come compagno di strada un pubblico numeroso, entusiasta e trasversale anche per età, per fare insieme un tratto di strada, dall'infinitamente piccolo al grande spettacolo. Un teatro a macchia di leopardo, diffuso in tutta la cittadina romagnola.
Fra gli spettacolo visti nella prima trance del Festival che si chiuderà questo fine settimana, tre ci sembrano particolarmente significativi rispetto alle diverse, ideali sezioni in cui ci sembra si divida Santarcangelo 39. La prima è quella della performance pura, evidente in La macchina di Kafka, singolare esibizione per perfomer sola di Masque teatro, dedicata al rapporto ambiguo e accidentale del grande scrittore praghese con la musica, messo in risalto dai due padri del situazionismo estetico Guattari e Deleuze in un loro saggio. Qui protagonista è il corpo di Eleonora Sedioli, che gioca e si muove nello spazio "rispondendo" a una sua personale melodia e agli stimoli di una macchina sonora, di un piano che suona da solo, di una macchina da cucire che cuce da sola, di un'imbottigliatrice che si mette in moto quasi per magia... Una sfida affascinante e forte che cattura nella perfezione della realizzazione, nell'intrigante mescolarsi dei suoni e dei movimenti: una specie di macchina desiderante alla ricerca di un teatro possibile.
La seconda è quella dove la parola ha il sopravvento sulla musica per esempio nelle due esibizioni dei New York City Players dell'americano Richard Maxwell: la prima, che mette in scena il soliloquio di un uomo nudo che si muove di fronte a noi in una stanza d'albergo, logorroico e misterioso quanto basta per accendere la nostra curiosità e sviluppare un rapporto con la sua ombra, una specie di mummia dal corpo e dal volto fasciati di nero, muta ma pronta a riprodurre le azioni dell'uomo nudo che parla e parla nell'affiorare di sensazioni e di ricordi lontani. La seconda, invece, con cinque attori in scena (Ode to the man who kneels) si presenta come un ironico musical di ispirazione western sull'origine dell'immaginario nella cultura americana. Nell'un caso e nell'altro la musica fa da sfondo alla parola, non la determina, la commenta.
La terza riguarda uno spettacolo come Io mento del gruppo toscano Kinkaleri, che va alla ricerca del mistero della voce. Di fronte a noi c'è solo una donna, Anna De Mario, vestita di nero, che taglia da riviste e giornali occhi, bocche, nasi per comporre un ritratto ideale. È lei a dare le voci con il ventriloquio a Solange e a Claire, le protagoniste di Les Bonnes di Genet, a evocare misteriosamente quei fantasmi, presenze arcane, inquietanti.
A fare da spartiacque ideale fra questi momenti diversi c'è un classico del genere, che il suo ideatore, Alvin Lucier, porta in giro per il mondo dal 1970. Si parte da una sola frase, "I am sitting in the room", detta una sola volta e poi scomposta, ricomposta, destrutturata, ridotta a puro suono dalla voce rimandata e dilatata dal nastro registrato. Un ripasso delle avanguardie musicali, da Cage in giù.
di maria grazia gregori
(18:48 - 09 lug 2009)
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