Dopo un paio di giorni trascorsi in full immersion nel rutilante programma del festival Drodesera - dove, lo confesso a mia onta, non ero mai andato finora - sento il bisogno di esporre un paio di considerazioni generali, che forse si prestano ad alcune riflessioni su ciò che sta accadendo oggi nel teatro. Quella di Dro è infatti un'iniziativa dal tratto fortemente caratterizzato: produce, offre alle giovani compagnie l'opportunità di soggiornarvi in residenza, punta a selezionare una propria "scuderia" di talenti che si riconoscono nel suo progetto e nei quali il progetto si riconosce. Ma è anche lo specchio fedele di una situazione più ampia.
1) La particolarità di questo festival deriva dal fatto che è ispirato - più di qualunque altro - a delle linee rigorosamente di tendenza. Qui non si tenta, opportunisticamente, di accostare le realtà più provocatorie e innovative a esperienze ormai accettate e consolidate, che facciano in qualche modo da richiamo. Qui le realtà innovative le fanno crescere, le seguono e le sostengono fin dai primi passi: scommettono, in un certo senso, su di esse. Qui tutto appare allo stato nascente, tutto appare vorticosamente in divenire: a Dro ci si viene per seguire il teatro che si fa oggi, ma soprattutto per cercarvi il teatro che si farà, nei prossimi mesi o nei prossimi anni.
Raccolto attorno al suo nucleo centrale di tavoli del ristorante e spazi di ritrovo, sul prato accanto alla centrale idroelettrica di Fies, nei cui ambienti si svolgono gli spettacoli, il festival è una sorta di inesauribile parco giochi per spettatori curiosi e nuovi gruppi. Da qualunque parte ti giri, trovi dei giovani attori o danzatori che provano, che sperimentano, che si avviano per strade sconosciute. E questa compattezza, questa estrema coerenza nelle scelte, sorprendentemente, non crea l'effetto di un recinto chiuso: anzi, trasmette una rara sensazione di apertura, di partecipazione.
Ai gruppi presenti per mostrare il proprio lavoro si mescolano i gruppi che lo avevano mostrato l'anno prima, o che sono semplicemente attenti a quanto accade attorno a loro. Drodesera, oltre che una sede dove si creano e si vedono dei percorsi teatrali, diventa dunque anche un laboratorio di idee, un'occasione per scambiarsi le esperienze, un punto di riferimento artistico in cui si verifica il proprio cammino confrontandolo con quello degli altri, (il che, diciamolo, non avviene sempre). Questa constatazione dà a mio avviso la misura di ciò che sono oggi alcuni festival, che da semplici vetrine si trasformano in motori del rinnovamento: se tanti dei gruppi che si stanno prepotentemente affacciando nel panorama nazionale vengono ora dal Nordest o dalla Toscana, è perché esiste Drodesera, esiste Armunia di Castiglioncello - che molto gli somiglia - esiste Volterra, che propongono dei modelli estetici, che accolgono formazioni poco più che esordienti, che svolgono insomma un prezioso ruolo trainante.
2) Grazie a festival come questi, e alla insostituibile funzione del Premio Scenario, la transizione verso le nuove frontiere del teatro italiano ha subito un'accelerazione impressionante. Vedendo raccolte a Dro - tutte insieme - tante giovani realtà, se ne ricava un quadro che colpisce per la varietà e la molteplicità di stili e di linguaggi, e per la vitalità complessiva di un orizzonte che si arricchisce ogni giorno di nuovi, interessanti apporti: se il Teatro Sotterraneo, con Dies Irae, cinque episodi intorno alla fine della specie (recensione) dimostra di avere progredito tantissimo rispetto al precedente La cosa 1 (recensione), rivelandosi - al pari di Babilonia Teatri - una certezza acquisita, ormai pronta per prove ancora più impegnative, hanno molto colpito anche dei gruppi finora meno conosciuti, come Anagoor, che in Tragedia ha messo in luce una straordinaria compiutezza formale, o come Codice Ivan, che nella spoglia frammentarietà delle sue costruzioni verbali e gestuali persegue invece una più radicale scomposizione delle strutture della rappresentazione.
In questo caso, comunque, non è solo questione dell'affermarsi di alcuni gruppi più significativi di altri: è un fenomeno complessivo che si sta imponendo, un'intera generazione della scena, la prima, vera generazione emergente del teatro da almeno un quarto di secolo a questa parte, cioè dai tempi dei Tiezzi, dei Martone, dei Barberio Corsetti, dei Vacis (mentre quella degli anni Novanta, dei Motus, di Fanny & Alexander era stata più che altro l'avvisaglia di una corrente in arrivo). E al di là del livello di certi singoli spettacoli, è notevole il grado di maturità generale che questa generazione riesce a esprimere: le compagnie che ne fanno parte, in genere, non sembrano ripiegarsi dopo i primi esiti positivi, si evolvono, approfondiscono, vanno avanti. Riescono a portare in giro senza troppe difficoltà le loro produzioni, approdano talora a ribalte importanti: Babilonia Teatri ha debuttato con Pornobboy (recensione) alle Colline Torinesi, poi è passato da Volterra, Dies irae, preparato a Dro, verrà presentato nella sua forma definitiva al festival Vie di Modena. Comunque la si pensi, è in atto un evidente spostamento di equilibri.
3) È insolita e decisamente sorprendente l'affluenza di pubblico a queste proposte. Calcolando che Drodesera è soprattutto una rassegna di performance e "studi" non sempre di facile lettura, e comunque tali da richiedere un certo grado di abitudine al teatro di ricerca, sorprende vedere ogni sera delle interminabili code al botteghino. Non sono code indiscriminate, ma di gente che ha scelto e deciso di vedere una certa cosa piuttosto che un'altra. E non sono code di addetti ai lavori, come capita altrove, ma di semplici appassionati che arrivano direttamente dalla zona, ma anche dalle città vicine, Trento e Verona, e persino da Milano.
È il segno che Dino Sommadossi e Barbara Boninsegna, i responsabili del festival, in questi anni hanno lavorato benissimo, hanno fatto della loro ribalta un volano, un punto di raccolta e di attrazione per chi è interessato agli itinerari della nuova scena. Ma è anche il segno che questi itinerari, per quanto scostanti, per quanto difficili, non si rivolgono solo a una platea "di nicchia", ma stanno decisamente modificando la fisionomia dei consumatori di teatro in senso lato, stanno "allevando" una generazione di spettatori - di età compresa fra i venticinque e i quarant'anni - che cresce insieme ai gruppi di cui segue e apprezza gli spettacoli. Quanto basta, dunque, per individuarvi in nuce i contorni di una nuova e probabilmente più sensibile e più reattiva comunità teatrale.
Sondaggio: Il Nuovo Teatro Italiano è una realtà? Clicca qui
___
Vuoi esprimere un commento a questo articolo? Registrati ed entra a far parte della community di Delteatro.it!
___
di renato palazzi
(17:00 - 05 ago 2009)
industria scrive alle 18:42 - gio 06 ago 2009
Molti gruppi stanno emergendo con prepotenza alla ribalta, ma credo che nessuno abbia la stessa forza immaginifica dei Santasangre, una delle poche compagnie italiane ad avere un circuito estero, oltre ad essere presenti a Drodesera, al Festival delle colline, a Romaeuropa, Bassano opera festival
28/06/2011
Ermanna Montanari: "A Santarcangelo 2011 l'attore torna protagonista
21/06/2011
Franco Quadri critico: teatro premier amour
21/06/2011
Fabrizio Arcuri: "Il nostro Brecht Artefatto"
09/06/2011
Nozze di sangue
02/06/2011
Nekrosius, dalla Lituania alla Puglia