In un'agile libretto del 959, Andrea Camilleri - che allora si occupava solo o quasi di teatro - faceva il punto sull'origine e sulla storia dei Teatri Stabili in Italia. Quindi, a distanza di poco più di un decennio dalla nascita del primo teatro pubblico, il Piccolo di Milano, ad opera di Giorgio Strehler e Paolo Grassi, era già il caso di riflettere sul senso e sugli obiettivi di queste strane e nuove istituzioni. Oggi, a distanza di oltre sessant'anni dal coraggioso progetto milanese, parlare degli Stabili significa affondare il coltello in una delle realtà più contraddittorie della scena italiana. Vale la pena farlo, anche perché l'autunno promette alcuni "giri di valzer", ossia cambi di poltrona che potrebbero scuotere l'asfittico mondo dalla stabilità pubblica.
A smuovere le acque, il "benservito" dato dal governatore del Veneto Galan a Luca De Fusco, da anni alla guida dello Stabile con sedi a Venezia, Padova e Vicenza. De Fusco - si dice - non resterà "a spasso" a lungo: si tratta di capire, allora, dove potrebbe approdare. Forse a Roma, città in cui il cambio della guardia politico (da Veltroni ad Alemanno) si è già fatto sentire nel cinema e nella lirica, con l'arrivo di Riccardo Muti al teatro dell'Opera, ma non nella prosa. Tra l'altro, il teatro Stabile di Roma paga stagioni un po' sottotono, e il cartellone 2009-2010 non riserva sorprese: Lavia, Proietti, Calenda e altri all'Argentina e un turbillon di nomi all'India (ma con il festival Short Theatre, una delle poche iniziative coraggiose ed interessanti, relegata ad un fine-settimana). Cambio della guardia annunciato, dunque per la Capitale.
Ma altrove le cose restano immobili. Immobile dalla fondazione è il teatro Stabile di Bolzano, sempre affidato a Marco Bernardi, praticamente un direttore eterno.
Ben saldo al comando di Modena da molti decenni è Pietro Valenti (anche se ha annunciato di voler andare in pensione); intoccabili sembrano Franco Ruggeri a Perugia e Cesare Lievi a Brescia, e non si muove Pietro Carriglio da Palermo (anche se potrebbe tornare a Roma).
Anche Genova e Trieste non danno segni di cambiamento, con Antonio Calenda ancora alla guida dello stabile friulano. Qualche segno di ricambio generazionale è arrivato da Napoli, dove si è insediato Andrea De Rosa, da Catania, con Pietrangelo Buttafuoco e dall'Aquila, dove sta facendo bene Alessandro Gassman. Le nomine di Mario Martone a Torino e di Federico Tiezzi a Prato rappresentano oramai delle "continuità", delle garanzie, viste la qualità e la notorietà di questi artisti riconosciuti in tutto il mondo. Un discorso a parte merita, ovviamente, il Piccolo: dove meritatamente prosegue il suo splendido lavoro l'instancabile Luca Ronconi. Si tratterebbe di capire chi, una volta che il Maestro vorrà scegliere altri percorsi, potrà prenderne l'eredità.
Ma al di là dei nomi, che pure sono in linea con la gerontocrazia dominante in Italia, vale la pena domandarsi che cosa fare di questi polverosi scatoloni. È un dato di fatto che i teatri stabili siano impermeabili a tutto il movimento teatrale scaturito in Italia negli ultimi 15-20 anni: il "teatro dei gruppi" non entra sui palcoscenici d'elite, salvo piccole manifestazioni protette e ben marginali. Se pure Latella, Binasco, Cirillo, Dante, lavorano (saltuariamente) con la grande stabilità, le nuove generazioni, a partire da quella anni Novanta fino alla nuovissima "Generazione T" ben raccontata da Renato Palazzi, si muovono in circuiti marginali, estranei al sistema. Estranei spesso anche alla rete della cosiddetta "stabilità di innovazione", che dovrebbe essere più sensibile al nuovo.
Resta poi da chiarire il ruolo degli Stabili pubblici in fatto di produzione: nessuno, o quasi, è dotato di un nucleo permanente di attori. Non ci sono compagnie stabili, insomma: è un vecchio problema, spesso dibattuto, ma è certo che anche nel repertorio gli Stabili latitano, e non offrono una adeguata presenza o apertura. Producono poco, spesso male: titoli consolidati, sempre gli stessi, autori sicuri (la santissima trinità Shakespeare, Beckett, Pirandello...), poco spazio alla drammaturgia contemporanea italiana o straniera (se non quel minimo richiesto dal Ministero, ma senza veri investimenti o politiche culturali adeguate). Poco o nessun rischio nel cercare nuovo pubblico, burocrazie e lentezze, biglietti altissimi, culto dell'abbonamento (e per fortuna che ci sono gli abbonati!) e un vivacchiare mesto che fa sì che i teatri si aprano solo nelle ore di spettacolo, dalle 9 meno un minuto alle 11.Poi tutti a casa e porte sbarrate: non un bar che funzioni, non un minimo di accoglienza, non una presenza viva nella società.
Le eccezioni ci sono, è ovvio: c'è chi cerca di far qualcosa, di sperimentare nuove strade. Eppure sono cose che si sentono dire da anni, diventati quasi luoghi comuni. Ma perché è sempre così? È tanto difficile cambiare? Si sente parlare tanto di "residenze", progetti di radicamento degli artisti nel territorio: ebbene le prime "residenze" non dovrebbero essere gli Stabili? Perché non lasciare spazio agli artisti, non aprire le porte a chi ha idee e cerca un luogo per provare, produrre, incontrare il pubblico?
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di andrea porcheddu
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