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11:37 - sabato 04 febbraio 2012


Un'Ecole da imitare

Giustamente Renato Palazzi firma un affondo in cui riflette sull'agitato e controverso mondo della formazione. Realtà sfaccettata, complessa, troppo spesso non garantita, dove chi ha appena finito di imparare (o sta ancora imparando) già insegna. Tramontata l'epoca del "canone" teatrale, delle tecniche e dei saperi, ognuno sembra autorizzato a andare in scena senza mediazioni, senza quegli strumenti necessari che distinguono il volenteroso amatore dal professionista. Se la situazione è complicata nel teatro "classico", addirittura imbarazzante è nel cosiddetto "teatro di ricerca", dove schiere di giovani artisti si propongo orgogliosamente al pubblico e alla critica con spettacolini flebili, frutto di qualche sentitodire o di una o due immagini efficaci, tanto da far pensare ad un "teatro amatoriale di ricerca", che riprende ed evoca quello dei grandi protagonisti della scena internazionale (da Barba alla Raffaello Sanzio) ma senza averne né la consapevolezza né la visionarietà né, tantomeno, la sapienza.

Ecco perché brilla come un piccolo gioiello la gloriosa Ecole des Maîtres, esperienza formativa quasi ventennale organizzata per l'Italia dal Css-Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, con altri partner europei e diretta con l'abituale piglio e grande prospettiva internazionale da Franco Quadri. L'Ecole si chiama "Nouvelle", perché questo progetto di formazione ha cambiato diverse formule nella sua storia, passando anche per un intrigante "Progetto Thierry Salmon", ed oggi vive una nuova fase. Ma ha sempre mantenuto viva - e lo ha ricordato il direttore artistico nella conferenza stampa romana - la voglia e la capacità di porsi come luogo di incontro tra giovani artisti europei. Belgio, Francia, Italia e Portogallo: queste le nazioni coinvolte in lavori che, di anno in anno, hanno fatto avvicinare giovani attori e attrici a maestri del calibro di Luca Ronconi, Eimuntas Nekrosius, Alfredo Arias, Pippo Delbono, Jan Fabre, Anatolij Vasil'ev, Yannis Kokkos, Peter Stein, Jacques Lassalle, Matthias Langhoff, Denis Marleau, Rodrigo Garcia, Antonio Latella e altri: insomma, davvero tutto il meglio o quasi della scena contemporanea. A dirigere l'edizione 2009 è stato chiamato il poco più che quarantenne francese Arthur Nauzyciel, non molto conosciuto da noi, ma particolarmente attivo e con grande successo nel nord Europa e negli Stati Uniti. Quadri, presentandolo, ricorda la folgorazione per un Ordet, di Kaj Munk, visto ad Avignone lo scorso anno, ma ancor prima l'interesse per una tagliente edizione di Lotta di negro contro cani, di Bernard-Marie Koltes, prodotta a Chicago nel 2004.

In un caldissimo Teatro Valle, dunque, si è parlato di questa Nouvelle Ecoledes Maîtres che mostrerà il 2 settembre l'esito spettacolare del percorso formativo dell'edizione 2009 proprio sullo storico palcoscenico capitolino: si tratta di Casa di Bambola di Ibsen, in un formato pressoché integrale (tre ore circa di durata) collocato in uno spazio scenico claustrofobicamente limitato dagli spettatori che circondano gli attori. Una versione interamente in inglese, perché - ha dichiarato Nauzyciel - si è voluto lavorare su una lingua "altra", diversa da quella parlata dai giovani allievi.

Proprio il lavoro sul testo è la chiave di approccio di questo regista: lunghe prove a tavolino, analisi sistematica della lingua, delle singole parole, per "crescere attraverso un testo". Per Nauzyciel, "ogni tentativo di comunicazione è una utopia, ma il teatro è il solo luogo in cui si può realizzare questa utopia, proprio lavorando con persone che parlano, o credono di parlare, la stessa lingua". Il capolavoro di Ibsen, dunque, si apre a molteplici significati: non solo e non più una pièce psicologica o sociologica, ma un vero e proprio trattato filosofico: "la storia di un uomo che deve capire ciò che muove e scuote l'essere umano". Per il regista, quello di Ibsen è un tentativo riuscito di giungere a delle definizioni dell'animo e della mente umana ben prima della nascita della psicoanalisi. Il testo, dunque, permette agli attori (e agli spettatori) di lavorare su di sé, di progredire come persone, e non solo come artisti.

Anche per questo, Ninni Cutaia, direttore generale dell'Ente Teatrale Italiano, partner dell'Ecole, ribadisce la volontà dell'Istituto di appoggiare simili progetti, perfettamente in linea con una politica di trasformazione dell'Eti, mirata sempre più a dar vita ad occasioni di incontro e approfondimento per una nuova promozione del teatro italiano. Non resta che affrontare le tre ore di Ibsen: tutti sul palcoscenico, attori e spettatori, tra specchi e musiche diffuse, con attori che attraversano vari personaggi, mutandone aspetto e caratteristiche, per giocare a capire cosa sia l'identità, cosa sia l'apparenza, cosa sia la realtà. Al di là dell'esito scenico, che pure ha già riscosso successo a Liegi e Reims, certa formazione attraverso il teatro ha il sapore di grande credibilità e rigore.

di andrea porcheddu

(16:48 - 01 set 2009)


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