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11:18 - mercoledì 23 maggio 2012


Scena, controscena e Mare mio

Teatro e Nordest, teatro e giovani generazioni. C'è chi la chiama Generazione T, chi l'ha definita generazione 00, oppure 2.0. Insomma: il fermento del nuovo teatro italiano è un fatto. Così come è evidente che il "ricco e produttivo" Nordest stia producendo, oltre a fabbrichette e capannoni, anche molti dei protagonisti di questa generazione di teatranti.

Si deve, allora, alla attenta azione di Fondazione Venezia, artefice di articolati progetti promozionali e formativi (capace di affiancare l'Assessorato della città lagunare promuovendo iniziative di "accompagnamento" che fanno perno sulla formazione, anche indiretta, di un nuovo pubblico non solo giovane, di cui varrà la pena parlare presto), la giornata di lavori organizzata al teatro Aurora di Marghera dal titolo Scena e Controscena. Spazio gremito all'inverosimile: tanti volti giovani e curiosi, per ascoltare e parlare del fermento creativo e produttivo del Nordest teatrale.

L'Aurora, avanposto culturale curato con passione da Antonino Varvarà e dall'Associazione Questa Nave, si è prestato allora per un confronto tra operatori, studiosi, critici, pedagoghi, artisti: ne è scaturita una giornata intensa, piena di spunti e di slanci, di riflessioni acute e di derive autobiografiche. Il tutto retto dal collante di un entusiasmo contagioso, che si incuneava nell'emozione di molti imberbi attori e registi veneti pressoché debuttanti, seduti fianco a fianco a gruppi ormai "consolidati" (per quanto ancora giovanissimi) come Babilonia Teatri, Santasangre, Codice Ivan, Teatro Sotterraneo...

La giornata si è aperta con interventi di critici come Valeria Ottolenghi, Andrea Nanni e Giambattista Marchetto, cui hanno fatto seguito organizzatori come Massimo Paganelli, Carlo Mangolini, Elena Lamberti. A questi sono subentrati alcuni formatori e docenti, come Maurizio Schmidt, Claudio de Maglio, Renato Gatto (e chi scrive). A far da filo conduttore, le caratteristiche della nuova generazione, il rapporto con gli anni Novanta, la dialettica con la critica, il radicamento nel territorio, la formazione accademica e universitaria, il ruolo dei festival...

Tanti i temi affrontati, che poi hanno trovato un vivace contraltare nelle parole degli artisti: ed era bello vedere una trentina di persone, uomini e donne, pochi o pochissimi over30, accalcarsi sul palco e passarsi il microfono. Oltre ai citati, anche formazioni già attive ed altre di recente conio: Cosmesi, Pathosformel, Quotidiana.com, Anagoor, Plumes dans la Tête, e poi ancora Fagarazzi-Zuffellato, Vania Ybarra, Collettivo TBT, Carrozzeria Orfeo, Compagnia Trepunti, Teatro Immediato, Teatro delle Quattroequarantotto, Farmacia ZooE, Non Inerenti, Barbara Riebolge, Onda R... Tantissimi, dunque. Certo non tutti del Nordest, anzi: eppure il dato interessante da sottolineare è che - se nel passato recente sono state altre aree geografiche italiane a connotare estetiche e creatività teatrali - da qualche tempo anche il Triveneto ha assunto una precisa identità.

A chiusura dei lavori, la compagnia ospite, Questa Nave, ha alzato il sipario su Mare Mio scritto e diretto da Antonino Varvarà. Già presentato alla Biennale Teatro, Mare Mio è indicativa manifestazione del percorso artistico di Varvarà: autore raffinato, a tratti malinconico, sempre fortemente legato alla Sicilia d'origine eppure attento alle dinamiche e alle contraddizioni del presente. Varvarà, che anagraficamente e non solo si chiama giustamente "fuori" dalla nuova generazione teatrale, si affida dunque senza timore agli strumenti classici del teatro. Non vi sono tecnologie, né nuovi canoni: semplicemente sedie affastellate e consunte in scena e i ricordi che lentamente invadono lo spazio. Ricordi del mare, dei bagni fatti fino a farsi venire le "pieghette" sulle dita, ricordi dei costumi, della salsedine, dei primi baci. Quattro attori in scena, ad evocare e interpretare, a dar voce ad Andrea, che sceglie di partire, di andarsene lontano abbandonando la madre e quel mondo "antico". Se ne va per mare, come chi l'ha preceduto: il padre, il nonno. Se ne va per non tornare. Inseguendo, come un Ulisse spaventato del nostro tempo, quel sogno di "virtute e canoscenza" che un attore evoca.

La narrazione, tra italiano e sonorità dialettali, procede per quadri, intervallati da buio, e accompagnati da musiche anni Cinquanta cui si contrappongono lontani echi di una chitarra suonata dolcemente. Non tutto funziona: lo spettacolo stenta un po', a tratti si chiude su se stesso, altri sembra davvero girare a vuoto. Ma ci sono momenti, di raffinata delicatezza, in cui certe parole, certe immagini davvero fanno esplodere una condivisione commovente e dolente, e l'astrazione si muta in un groppo in gola, in un sorriso ingenuo: lo stesso che avevamo quando, usciti dall'acqua di mare, con ancora in bocca il gusto di salsedine, trovavamo una mamma o un papà, pronti con l'asciugamano e un pezzo di pizza al rosmarino. Il teatro Aurora, gremitissimo, ha premiato con un applauso convinto i quattro interpreti: Sara Bettella, Daniel De Rossi, Demis Marin eAntonella Tranquilli.

di andrea porcheddu

(20:17 - 17 gen 2010)


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