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08:16 - domenica 01 agosto 2010


"Dico grazie a Ruzante e Laurie Anderson"

Compie trent'anni il Tam Teatromusica di Padova. Compagnia storica della ricerca, attiva sia sul fronte del teatro per l'infanzia che nella continua elaborazione di nuovi linguaggi scenici, il Tam - fondato e guidato da Michele Sambin e Pierangela Allegro - arriva a questa ricorrenza con la voglia non certo di celebrarsi, ma anzi di cogliere lo spunto per una riflessione ampia non solo sul percorso compiuto, ma anche sul senso del fare teatro. Nello spazio delle Maddalene, chiesa sconsacrata in centro città, il Tam dà vita a produzioni, ospitalità, festival: un punto di riferimento ormai consolidato non solo per Padova e il Veneto. Naturale, allora, chiedere a Michele Sambin cosa vuol dire per una struttura, una compagnia, un artista festeggiare un "compleanno" così importante...

È certo una festa, ma non una celebrazione né una ricorrenza. Non vogliamo "definire" nulla, ma solo cogliere questa occasione per riflettere sul percorso fatto, per fissare un punto, prima che la memoria venga meno. Quel che mi sembra importante, quindi, è che il trentennale ci serva non solo per descrivere il percorso di questi anni ma per creare un ponte per il futuro. Quel che vogliamo, fondamentalmente, è trovare un modo di rendere pubblico, comunicabile, soprattutto alle giovani generazioni, una ricerca.

"Ricerca" è dunque la parola chiave: cosa è cambiato e cosa resta del fare ricerca dagli anni Settanta ad oggi?

Mi sono reso conto, nell'arco di questo tempo, di cosa significhi il concetto di ricerca. La vera ricerca non può avere una dimensione pubblica di vasto consenso, di conoscenza immediata che passa attraverso i grandi numeri. Richiede anzi concentrazione: un luogo non solo fisico ma mentale dove vengano messe in gioco delle nuove possibilità. E sono sempre state, almeno nel mio percorso, possibilità linguistiche ossia nuovi modi di dire, nuove forme, dove è importante non solo cosa dire, ma come dire. Preferisco dunque il come al cosa. Antonio Attisani, in un suo saggio sul Tam, cita Rilke che dice, più o meno: "Quale contenuto in un tramonto?". Mi ritrovo molto in questa suggestione: la ricerca di una bellezza nel farsi, nel suo esserci, nel suo esistere.

Eppure, assistendo ai vostri lavori, conoscendo il vostro percorso, si avverte una dimensione etica molto forte, che impregna di sé questa estetica...

Etica ed estetica vanno assieme. Il nostro gruppo è stato spesso definito schivo, appartato. Sembriamo eccentrici rispetto al mondo del teatro. Ma non può che essere così se si fa ricerca: non si fa ricerca se ci si dedica all'apparire, anziché all'essere. Nella dedizione alla ricerca c'è il far entrare nel teatro la propria vita. E forse fare della propria vita un'opera. In questo senso, vi è una dimensione etica. Ricercare, vivere, relazionarsi è tutt'uno con il fare teatro: un ecosistema non prorompente, ma concentrato. E per necessità vuol dire concentrarsi su se stessi.

Nel suo modo di far teatro ora c'è, in modo forte, anche il computer. Che ruolo ha il digitale?

Sono, di fatto, un pioniere nell'uso del computer. Strumento poi abbandonato per la distanza che, negli anni Settanta, c'era obbligatoriamente con macchine ancora troppo lente, farraginose, incapaci di rispondere subito. Allora scelsi di tornare a macchine che rispondevano in modo più immediato, come gli strumenti musicali. Poi la tecnologia ha fatto passi incredibili, e ora è stato divertente reimpossessarsi del computer: la forma mentis c'era già e oggi ho trovato un nuovo affiatamento con il digitale. Il digitale di questi anni è quello che cercavo all'origine, da ragazzo. Dal punto di vista del linguaggio, ci sono segni che appartengono alla visione, all'ascolto, alla fisicità: e io volevo parlare con quei segni come fossero parole di un unico linguaggio, fatto di parole, suoni, gesti, visioni... A fondamento del mio fare artistico c'era il desiderio di non separare pittura e musica in teatro, e cercavo di lavorare con parole fatte di pittura e parole fatte di musica: ora è possibile. Il digitale, dunque, ha la capacità di rendere questi elementi appartenenti ad una stessa categoria: così, attraverso un unico strumento posso gestirli in maniera molto facile.

Come definisce la performance?

Negli anni Settanta-Ottanta, la cosa evidentissima era il fatto che, come sostenevano Barilli e altri, la performance era un evento unico non ripetibile. Non si davano repliche. In questo senso l'elemento di definizione era la necessità di far diventare la propria presenza il supporto dell'opera. Quindi un mettersi in gioco, totalmente, fino agli estremi fisici o concettuali, anche rischiosi, di Marina Abramovic o Gina Pane. Non era un fare "come se", non un "interpretare" tipico del teatro, ma proprio il mettere in gioco la propria esistenza. Ecco: fare della propria vita un'opera d'arte. Oggi, al contrario, mi sembra che solo in certe situazioni possiamo trovare un simile afflato, ma comunque non con la forza degli anni Settanta. Detto questo, non c'è più la dimensione del "nuovo", ma si avverte una acquisita e positiva disponibilità ad attraversare i generi: il teatro è diventato il terreno ideale per la performance, che non è più predomino delle arti visive o delle gallerie, e ha dimostrato una capacità di rinnovarsi, accogliendo queste dimensioni espressive che non gli erano "proprie".

In anni recenti, il teatro delle Maddalene, da voi gestito, è diventato anche casa per molti giovani artisti. Si avverte, infatti, sempre più diffusa una dimensione pedagogica, non dichiarata né pubblicizzata, che però ha dato frutti: molti ragazzi e ragazze che lavorano con linguaggi diversi, dal teatro alla musica vengono dal Tam.

L'assoluto bisogno di una vita dedicata alla ricerca è di trovare una continuità. Ma una continuità non epigonale, di continuatori della stessa strada. Certo, penso che un'etica, un modo di ragionare siano passate ai giovani che lavorano con noi. E ce lo dicono: ma soprattutto per le piccole cose, per ciò che va al di là del teatro. Vale la pena che un'esperienza, ossia un modo di essere nel mondo, venga comunicata: poi ognuno fa quel che vuole, quel che crede meglio, con i linguaggi che gli sono propri.

In questi anni ho avuto modo di conoscere Padova: complessa, stratificata, spesso chiusa su se stessa. Quale il rapporto del Tam con Padova?

Per i primi quindici anni di vita, il Tam ha dichiarato la non appartenenza alla città, guardando altrove, al nuovo, alla ricerca che qui non esisteva. Poi, verso i miei 45 anni, ossia forse a metà della mia vita, mi sono chiesto chi avessi alle spalle. E ho cercato di recuperare gli "antenati", le radici, quindi Beolco, Ruzante... In questo senso abbiamo ritrovato la passione di appartenere a un luogo, e di dedicarci a questo luogo: così, abbiamo fatto del nostro teatro Maddalene uno spazio capace di accogliere le ricerche di altri. E, pian piano, si è formato un pubblico, un clima, siamo entrati nella vita di Padova.

Proviamo a individuare un momento, uno spettacolo significativo per ciascun decennio della vostra storia.

Il primo spettacolo per me molto importante degli inizi è Era nell'aria, presentato a Scandicci nel 1984. Un punto fondamentale, anche per altri.... Poi direi il terzo, ossia il più recente: De Forma, del 2009. Perché anche in questo spettacolo c'è la dichiarata volontà di rimettere assieme una vita, un tempo, un'origine - apriamo con un'immagine di un mio video, con la mia faccia, del 1978 - e in scena vi è una compresenza di Pierangela Allegro con i giovani del gruppo. Insomma, un grande anello temporale, ma è anche una riflessione sull'abitare, ossia sull'essere abitanti di una scena più che interpreti. Il tutto in una dimensione, che mi è caratteristica, di qualcosa che definirei "malinconia energetica". La stessa malinconia che trovo nell'altro momento, che metterei al centro di questo "trittico": il lavoro su Ruzante. Più de la vita, del 2003, è lo spettacolo tratto dalla lettera di Ruzante all'Alvarotto, in qualche modo il suo testamento, che è intriso di malinconia, ma pieno di energia. Con l'idea di allargare la vita piuttosto che allungarla. Ruzante dice - rispondendo al suo mecenate Cornaro che aveva scritto De vita sobria: come vivere longo tempo - che la cosa importante non è "slungare la vita, ma slargarla". Dunque quasi una figura, un andamento circolare: la poetica del Tam non è lineare, anzi gira molto su se stessa, ma è in continua trasformazione. Tanto che il titolo del libro e della mostra per i trent'anni è Megaloop, ossia grande anello.

Vorrei individuare anche tre maestri per questo trentennio. Quali sono stati i punti di riferimento della sua ricerca?

Sono pochi e sono molto forti. Sono maestri del passato. Il primo è Mauricio Kagel, per il suo partire dalla musica e andare verso il teatro. La cosa che caratterizza il suo fare è muovere dal mondo accademico dei Conservatori, e riuscire anche a fare "pernacchie", ma scrivendole rigorosamente in partitura. Così scardina il mondo dei Conservatori e della Accademia, ma in maniera assolutamente rigorosa e altrettanto accademica. Ci ha insegnato come muoverci, come giocare, attraverso il teatro e la musica.
L'altro, maestro e compagna di percorso: Laurie Anderson. Ci siamo conosciuti nel 1977 alla Settimana Internazionale della Performance di Bologna: quando per la prima volta in Italia la performance veniva riconosciuta. Fu un incontro importante. Lei che veniva dalle arti visive iniziò a lavorare con la musica. Anni dopo, nella Santarcangelo del 1982, abbiamo lavorato assieme: io suonavo con lei, l'ho aiutata. E da lì venne fuori il suo primo grande lavoro, United States e mi regalò il suo primo 45giri: O-superman. Da quel momento è appartenuta al mondo della musica. Il terzo maestro? Ruzante. Un nume tutelare, un fratello maggiore: non un'autorità da riverire, ma qualcuno che ha conosciuto prima di me i problemi padovani, ha abitato dove adesso abito io. Qualcuno con cui c'è un dialogo quotidiano, intimo, familiare.

Il lavoro del Tam è anche con un pubblico particolare, quello dei bambini. Ce ne vuole parlare?

In due parole: è un tema che ritorna anche nei saggi che hanno scritto su di noi, perché è parte fondante della nostra identità. Devo ammettere che, un po' per carattere, ho sempre avuto grandi difficoltà di relazione con i miei coetanei. E invece nel rapporto con l'infanzia, con chi non ha preconcetti ed è aperto all'incontro, mi sono sempre trovato bene. Negli anni Settanta ha inizio anche la mia attività di illustratore di libri per l'infanzia. Ricordo che, dopo essermi esibito ad una Biennale, alla presenza di Marshall McLuhan - ero uno dei tre artisti invitati a fare una performance sulla videoarte -, ho fatto, solo dopo due mesi, una mostra di illustrazioni per bambini alla Galleria del Cavallino di Venezia. E pensai di fare anche una performance per i bambini: i "12 animali". Con altrettanti strumenti musicali facevo il verso sonoro gestuale degli animali e i bambini dovevano - in una dimensione di interattività ante litteram! - trovare in un disegno gli strumenti e associarli agli animali. Un assessore vide la performance e la volle per tutte le scuole della zona: anche grazie ai bambini, insomma, iniziai a vivere del mio lavoro! Ma da allora, con Pierangela, Laurent Dupont e in seguito Flavia Bussolotto e Cinzia Zanellato, non abbiamo mai smesso di occuparci di infanzia.

Cosa prevede il trentennale? In cosa consiste questo "festeggiamento-non-festeggiamento"?

Fondamentalmente tre iniziative. L'archivio: ossia un modo di rivedere trenta anni di produzioni. Un archivio non creato da un archivista professionista, ma dagli autori stessi delle opere, ossia ri-creato. Abbiamo ri-fatto un'opera sull'opera, intervenendo ad esempio sui video, che hanno avuto montaggi diversi: ci siamo presi la responsabilità di fermare certe cose in un certo modo, non con atteggiamento archivistico-documentale, ma - visto che ce lo possiamo permettere - con libertà d'artista. Poi: un libro sul Tam curato da Fernando Marchiori, con vari interventi di studiosi e critici, su teatro, musica e pittura. Per quel che ci riguarda, il nostro contributo è stato solo nella scelta delle immagini che corredano la pubblicazione. Infine la mostra: elemento cardine, di comunicazione pubblica, fatta per incontrare gli spettatori, la città, i curiosi. La mostra inaugura il 7 maggio, ed è costituita dal "prima" e dal "dopo". Ci saranno solo tre serate dedicate alla performance, mentre la mostra parla di tutto quel che c'è "prima" - disegni, partiture, progetti, scritture... - e di tutto quel che c'è "dopo", ossia i video che documentano quel che è stato fatto. Tutto si svolgerà negli spazi del centro culturale San Gaetano, recentemente ristrutturato. E cercheremo di rendere la mostra quanto mai viva.

E passati i trenta anni quali progetti artistici per il futuro?

Aspetto giugno, con ansia. Da tempo lavoriamo a questo trentennale e ogni tanto, nel rivedere il percorso passato, arrivano scariche elettriche, suggestioni fortissime, sul possibile futuro, sul dove andare. In questa dimensione della ricerca, in tutti questi anni, quel che ci è mancato è il confronto con gli altri. Un po' perché io non l'ho cercato, un po' perché nessuno me lo ha chiesto: di fatto, questa nostra ricerca non ha avuto modo di essere condivisa o analizzata, non ci sono state frequenti occasioni per riflettere compiutamente su quanto si stava facendo. Sono stati trent'anni di grandi corse. E allora aspetto giugno, perché mi sembra una nuova tela bianca su cui fare segni, ma con un'esperienza notevole alle spalle. E con il desiderio di una grande essenzialità, di pulizia, di ritrovare una origine che possa essere anche una fine. Ma quel che mi è chiaro, oggi, è di non voler fare nulla se non è profondamente necessario.

Www: Tam Teatromusica

di andrea porcheddu

(12:40 - 10 feb 2010)


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