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08:11 - domenica 01 agosto 2010


Benvenuto Elfo-Puccini

L'inaugurazione della nuova sede del Teatro dell'Elfo, che da sabato 6 marzo si sposta negli spazi del vecchio Puccini, è un evento storico per diverse ragioni: in primo luogo perché sancisce l'assoluta preminenza di una compagnia che, nei quasi quarant'anni della sua attività, ha inciso sulla fisionomia culturale di Milano tanto quanto hanno fatto - seppure per vie diverse - delle realtà più titolate e cariche di gloria. In secondo luogo perché è il segnale, seppure isolato, di qualcosa che si muove in una città che, teatralmente, è da tempo inerte: basti pensare al caso del Lirico, uno spazio prestigioso che ha accolto spettacoli memorabili come Le baruffe chiozzotte nella celebre messinscena di Strehler, e ora è praticamente dimenticato da dodici anni, o del Gerolamo, un gioiello ormai ignoto a generazioni di spettatori.

Negli ultimi anni - è vero - si sono aperti alcuni teatri che col loro valoroso contributo di idee e di proposte hanno tenuto vivo il panorama milanese: parlo del Teatro i, del PIM, unici approdi di nuovi gruppi altrimenti ignorati dalle istituzioni, o del Teatro Ringhiera, o dello stanzone del Teatro delle Moire, o del MIL, che però è a Sesto San Giovanni: ma sono comunque piccole sale, dalla programmazione eccellente, ma condannate alla precarietà dalla scarsità dei contributi pubblici. Nel caso dell'Elfo-Puccini parliamo invece di un edificio che si affaccia su Corso Buenos Aires, la principale arteria commerciale cittadina, proprio nel cuore di un traffico incessante e di un continuo movimento di folla: e si tratta, caso raro, di un'autentica multisala teatrale, dotata di tre spazi di lavoro che possono funzionare simultaneamente.

Sbaglierebbe chi pensasse che si tratti di un fenomeno di rilevanza esclusivamente milanese: l'operazione Elfo-Puccini, di fatto, rilancia a livello nazionale le quotazioni di una compagnia che, dal punto di vista del respiro delle produzioni, non si è mai sottratta al proprio impegno, basti pensare all'acclamatissimo Angels in America, (recensione prima e seconda parte) la cui rappresentazione integrale aprirà questo nuovo ciclo di vita.

L'articolazione delle tre sale moltiplicherà inoltre la capienza della struttura, consentendo non soltanto una maggiore affluenza di pubblico, ma anche un'ulteriore opportunità di circuitazione degli spettacoli, ospitando realtà che al momento non trovano sbocchi sulle scene milanesi. E comunque si tratta di un segnale forte, eloquente lanciato al teatro italiano, per far sapere che qualcosa per la cultura si può e si deve ancora fare.

Cinque anni di lavori, una spesa di 15 milioni di euro: 9 stanziati dal Comune, 4, 3 dal Ministero, uno dalla Fondazione Cariplo, e 700 mila euro di costi di progettazione a carico del teatro. Come sempre, ritardi, slittamenti, accanimenti burocratici. Ma alla fine ne sarà valsa la pena: le tre sale sono belle, moderne, accoglienti, e Ferdinando Bruni, Elio De Capitani e i loro attori sicuramente meritavano questo sforzo. Nata nel 1973 con una forte fisionomia generazionale, capace di riflettere i gusti, i gerghi, gli umori di un pubblico suo coetaneo, che nel tempo è cresciuto con essa, la compagnia negli anni ha saputo evolversi e maturare pur non perdendo la propria freschezza. Oggi, di fronte alla spiazzante carica innovativa di tanti gruppi giovani, lo stile dell'Elfo resta fedele a se stesso senza mai apparire in qualche modo invecchiato.

Le tre sale - cui si aggiungono i laboratori, il caffè, la mediateca - sono diverse per dimensioni e destinazione: la più grande, intitolata a Shakespeare, è dotata di cinquecento posti, la seconda, intitolata a Fassbinder, l'autore di riferimento dei due registi, è attrezzata di una funzionale platea retrattile, e dispone di circa duecentoventi posti, mentre la terza, dedicata a Pina Bausch, può contenere un centinaio di persone.

La molteplicità e la contemporaneità della programmazione, evidentemente, arricchisce il quadro, diversifica i livelli dell'offerta, aggiunge di per sé un motivo di attrazione, come dimostra anche l'esperienza del Franco Parenti, un'altra ramificata "cittadella del teatro" in cui il pubblico si distribuisce in vari spazi: il concetto di multisala, a quanto pare, sta diventando una specificità tipicamente milanese.

di renato palazzi

(12:42 - 04 mar 2010)


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