È strano che nessuno lo abbia notato, ma c'è qualcosa che non va nel modo in cui in Italia si è celebrata la giornata della Festa mondiale del teatro. C'è qualcosa che non va in un atto d'amore in qualcosa che si proclama di voler salvare da un'incombente minaccia di estinzione: il minimo che si possa dire è che il messaggio trasmesso, dal punto di vista promozionale, era male impostato. Il peggio che viene da pensare è che si tratti di un'autentica polpetta avvelenata: con tutte le migliori intenzioni, è chiaro che non si lancia un segnale positivo affermando che occorre impegnarsi a difesa di un settore in piena crisi.
A parte il fatto che alla gente preoccupata per un Paese che va a rotoli dell'eventuale crisi del teatro importa meno di nulla, a parte il fatto che chiunque abbia un po' di memoria storica sa bene che di crisi del teatro si parla da sempre, e magari la crisi di pubblico, le platee vuote c'erano davvero, ma proprio negli anni in cui oggi si crede che il teatro andasse invece a meraviglia, a parte tutto ciò vorrei chiedere: in cosa consisterebbero esattamente queste difficoltà contro le quali erano invitate a mobilitarsi le anime sensibili? Se il problema è di natura puramente economica, non servono le feste, basta una legge che garantisca alle strutture tempestivi e adeguati finanziamenti.
Se invece la questione riguarda in generale il ruolo del teatro nella nostra società, il discorso è più complesso: sono l'indizio di una crisi i circa seicento nuovi gruppi che sono nati di recente, e stanno letteralmente cambiando volto alla scena italiana? Sono l'indizio di una crisi i tanti giovanissimi attori e registi che si vanno affermando a livello nazionale in un'età in cui i loro colleghi della generazione precedente erano ancora iscritti alla scuola d'arte drammatica, e che approdano con sempre maggiore rapidità alle ribalte più importanti, ai festival più seguiti? Può definirsi in crisi un panorama teatrale nel quale è in corso il più poderoso ricambio anagrafico ed estetico degli ultimi decenni?
È in crisi un panorama teatrale in cui ogni giorno, in piccoli centri, in insospettabili cittadine senza particolari tradizioni culturali, le amministrazioni locali recuperano qualche sala più o meno storica chiusa da tempo, avviandola a una regolare e spesso vivacissima programmazione, rivolgendosi a comunità curiose, reattive, partecipi, che allo spettacolo dal vivo si accostano con passione, esprimendo i fermenti di vaste zone del territorio che non si possono più etichettare come provinciali? È in crisi un ambiente dove si realizzano operazioni di grande respiro come la multisala dell'Elfo-Puccini a Milano?
La verità è che se c'è un settore artistico che ha bisogno di essere tutelato come i panda non è il teatro in sé, che appare oggi ultra-creativo, ma un certo tipo di teatro iper-sovvenzionato, iper-nutrito nelle sue anacronistiche ambizioni spettacolari. È un teatro a forte radicamento metropolitano, legato a un pubblico di abbonati ormai obsoleto, e incapace di rivolgersi a nuove fasce di spettatori. Non a caso i simboli, gli spot di questo teatro da salvare, che i media ci hanno copiosamente suggerito nei giorni scorsi, sono i divi di ieri, le immagini emblematiche di un'epoca ormai trascorsa: con tutto il rispetto per Albertazzi e gli altri, non è più (solo) questo il teatro che andiamo a vedere ogni sera.
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