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13:59 - venerd́ 10 febbraio 2012


Per continuare a giocare

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l'articolo-appello di Claudio Facchinelli relativo alla performance *jeug di Anagoor. La giovane compagnia, fra le più apprezzate dell'ultima leva di artisti , cerca scritture per uno spettacolo poetico e rigoroso, agito da un'attrice e da una cavalla ammaestrata.

È difficile riferire, come si farebbe per un normale spettacolo teatrale, di una performance senza parole, che vede in scena solo una ragazza e una cavalla. In effetti, *jeug (una radice sanscrita, da cui nascono le parole gioco, giogo, coniuge, giumenta) è piuttosto un percorso misterico di avvicinamento e agnizione fra due entità animate, ogni volta variabile ed aleatorio. Il velo di garza che separa l'azione dal pubblico, oltre a costituire un espediente tecnico per consentire alla cavalla di non essere distratta da presenze estranee, è anche un diaframma ad un tempo materiale e simbolico, che isola la consumazione di un rito iniziatico le cui immagini, a tratti incerte, sfumate, sembrano dimostrare l'impossibilità, o forse l'illiceità, per occhio umano, come pure per le più sofisticate tecniche fotografiche, di coglierne l'essenza segreta.

Eppure il rapporto che si sviluppa fra le due creature è chiarissimo. La prima suggestione che arriva allo spettatore, non appena la ragazza, che veste inizialmente un severo abito vittoriano, inizia a liberarsi dalle sue opprimenti strutture coercitive (la crinolina, una vera gabbia; il busto, serrato da innumerevoli laccioli), è quella dei miti che narrano degli accoppiamenti di dei o semidei, sotto specie di animali, con femmine umane. Ma, ancora più in profondità, colpisce l'adesione amorevole ed attenta fra la morbida, inerme nudità di Anna e quella non meno armoniosa e seducente della cavalla Pioggia, il reciproco, fiducioso affidarsi dell'una all'altra, ci mostrano un rapporto perduto fra l'uomo e la natura, forse più alla maniera di David Herbert Lawrence che di Jean-Jacques Rousseau; ci parlano di un panteismo che la civiltà contemporanea ha respinto ai margini del nostro sentire.

Cercando di valutare con parametri estetici e teatrali il lavoro, si coglie il fascino dei giochi d'ombra, che moltiplicano sullo schermo di garza la corsa della cavalla; si apprezza la geometria drammaturgica rigorosa, pur all'interno di quella imprevedibile libertà, propria del vitale, di cui si è detto (ma il teatro non è forse una continua scommessa con l'alea del possibile?), che rende ogni volta diversa anche l'estensione temporale dello spettacolo.

Purtroppo, dopo oltre tre anni di lavoro; dopo riconoscimenti prestigiosi da parte della critica, ma poche repliche (peraltro sempre connotate dal "tutto esaurito"); dopo la cancellazione, a un mese dalla data prevista, della programmazione, a Milano, nell'ambito della rassegna "Danae", lo spettacolo esce dal repertorio della compagnia, che non ha la possibilità di sobbarcarsi, non tanto il mantenimento della cavalla, quanto il suo delicatissimo, permanente training. Sarebbe importante farlo sopravvivere, perché raramente capita di imbattersi in performance che esprimano, col puro linguaggio delle immagini, un messaggio così coinvolgente e denso di contenuti culturali, etici, sociologici.

di claudio facchinelli

(17:45 - 05 mag 2010)


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