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06:54 - giovedì 17 maggio 2012


C'è del nuovo in Calabria

Essere immersi nel presente e consapevolmente guardare al futuro. Da undici anni ormai Primavera dei Teatri, il Festival inventato, voluto e difeso dal gruppo Scena Verticale di Castrovillari, ha sviluppato quest'idea, questo progetto, mettendosi in sintonia con le nuove generazioni, i nuovi gruppi, i nuovi linguaggi, ma riuscendo anche a mantenere un dialogo e un rapporto invidiabili con un pubblico sempre più interessato, generazionalmente trasversale. In questo tribolato 2010 il fatto che esistano dentro una realtà teatrale (e non solo) non facile come quella della Calabria manifestazioni come Primavera dei Teatri rischia di apparire addirittura prodigioso. Oggi, dunque, dopo avere testimoniato della maturità espressiva della cosiddetta "generazione '90" il Festival guarda alla scrittura drammaturgica e scenica del presente cercando un raccordo fra l'appena ieri e un presente colmo di spinte interessanti, che ha dato i suoi frutti mettendo a confronto itinerari e storie personali e teatrali diversissimi, non per fare vetrina quanto piuttosto per costruire un polo dialettico all'interno di un teatro segnato dalla differenza estetica, linguistica ecc.

In quest'ottica trova un loro spazio ma anche la possibilità di un'ulteriore crescita un gruppo che va attualmente per la maggiore come Teatro Sotterraneo che con Dies Irae ha inaugurato il Festival. Uno spettacolo di cui è già stato scritto (leggi) ma di cui mi preme sottolineare, all'interno dei cinque episodi che lo compongono, legati in modi diversi al permanere di una memoria, non solo un filo conduttore provocatorio ma soprattutto la diversità dei modi per realizzarli: dalla coinvolgente action painting della prima scena dove l'ipotetico sangue delle vittime si trasforma in un quadro vivente, in un'opera affascinate e disturbante allo stesso tempo nell'attingere, negli altri episodi, al rigido protocollo della formalizzazione.

Diversissimi per impostazione, due attori legati da una comune esperienza giovanile come i bravi Lino Musella e Piero Mazzarelli hanno scritto su se stessi una pièce stralunata e perfetta, Figlidiunbruttodio che acquista in scena un senso profondo aldilà della trovata, proprio mettendo a confronto due modi di essere attore. È la storia di due barboni del terzo millennio, due sfigati teneri e solidali che vivono nell'immondizia e di immondizie apparentemente lontanissimi dai due protagonisti dell'aggressivo mondo della tv che si inserisce violentemente nel racconto, quasi un loro sogno ad occhi aperti, dove la voglia di apparire in qualche reality di successo e quella di usare della malattia e della morte come di una merce, qui rappresentata da un manager pescecane e da uno schizzato gemello pronto a tutto pur di farcela è assolutamente spazzatura anch'essa, virtuale e mediatica, fin che si vuole ma non meno laida della spazzatura "naturale" dei due barboni. Anzi è tragica addirittura nella sua spiazzante, feroce conclusione, nata da un delitto e da una sostituzione fra i fratelli, da una totale perdita d'umanità.

Ingenuo come un racconto d'altri tempi che ruota attorno alle memoria del passato è Essedice dei Sacchi di sabbia. Ricordo di un pezzo di vita familiare fra presente e passato in un curioso e umanissimo gioco di specchi dove, al di là delle maschere che i protagonisti della storia, fra i quali lo stesso narratore da bambino, portano sul viso, a contare è il linguaggio nella sua semplicità diretta e la gestualità degli attori rarefatta, quasi antinaturalistica e soprattutto l'umanità che percorre l'intera vicenda. Un racconto di un'Italia, quella delle fine della guerra, arcaica e solidale che non c'è più.

di maria grazia gregori

(12:59 - 04 giu 2010)


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