delTeatro - arte,danza,opera
Baldini Castoldi Dalai editore

Path

Home > Focus> Castrovillari, un festival d'impegno

06:54 - giovedì 17 maggio 2012


Castrovillari, un festival d'impegno

Se c'è stato un tema vincente quest'anno al Festival Primavera dei Teatri di Castrovillari senza dubbio è stato l'impegno. Non un impegno a parole ma in grado di raccontare, prendere parte, dire, mostrare il mondo del lavoro o quello della malattia. Con linguaggi diversi, ovviamente, ma senza mai scadere banalmente nel racconto cronachistico, bensì costruendoci attorno un mondo.

Davide Carnevali, per esempio, mette in scena un testo molto forte su un tema doloroso come l'Alzheimer, la fuga dalla realtà o piuttosto l'impossibilità di percepirla, di connetterla alle nostre esperienze del passato e del presente. Con tutto il suo carico di dolori, di angosce, di problemi umani e sociali per le famiglie, per chi vive con questi malati e soprattutto per i malati stessi. Il testo che s'intitola Variazioni sul modello di Kraepelin, lo psichiatra che per primo ne scoprì gli effetti, mette in scena un padre, un figlio, un medico un po' guru che sembra suggerire soluzioni ma in realtà non ne ha nessuna. Succede dunque che il figlio si trovi a essere padre del suo stesso genitore, al quale continua a ripetere lacerti di esperienze e di vita, cercando di fargli ritrovare magari attraverso un banale aneddoto, il barlume di un pensiero. È una lotta impari e disperata, che vede spesso il figlio soccombere e il padre navigare in un ovattato mondo fatto di nulla.

Una catena che non si riesce a spezzare, che Fabrizio Parenti, interprete anche del ruolo del dottore, mette in scena con delicatezza e che Alberto Astorri e Walter Leonardi interpretano con sincerità, restituendoci la tragedia di una malattia che è un vero e proprio dramma sociale che tocca molti e di cui non si intravvede la fine.

Impegno come lavoro, come ricerca del lavoro e con esso di una nuova dignità e di una nuova vita. Magari guardando al passato, a un "come eravamo" che ci riguarda ancora, che non abbiamo metabolizzato ma che anzi rende ancora più inaccettabile il nostro presente. È il caso di Sapore di sale di Luigi Saravo, che non è la banale citazione di una famosissima canzone , ma, semmai, ci ricorda quanto sia duro e difficile il lavoro lontano dai luoghi in cui sei nato e hai vissuto, quanto costi cercare un lavoro lontano da casa ("quanto sa di sale lo pane altrui", diceva il Poeta) dentro un mondo, una cultura lontanissimi da quella da cui si è arrivati.

Il commovente spettacolo di Saravo ci racconta lo sradicamento, l'emigrazione dalla Lucania a Torino, di un pastore di pecore al lavoro diventato operaio nella madre di tutte le fabbriche, la Fiat. Ci racconta tutto in una forma che potrebbe sembrarci leggera ma che in realtà, dietro le citazioni da musical e la bellissima colonna sonora, nasconde la disperazione, il contrasto fra modi di vivere, le lotte sindacali, la morte sul lavoro, i segni di un primo approccio di benessere (il frigorifero,ecc) a cui sacrificare vita e sicurezza. Per raccontare tutto questo a Saravo bastano delle pecore giocattolo e una mansueta pecora vera, delle macchinine giocattolo che fanno idealmente da lenzuolo funebre all'operaio morto, spezzoni di documentari degli anni Cinquanta-Sessanta del miracolo economico, i pugni chiusi nel saluto, le cariche della polizia, qualche raro oggetto di scena... Il resto lo fanno i suoi attori, fra i quali ricordiamo almeno la brava Valeria Milillo.

Ancora Torino fa da sfondo alla storia di un ex metalmeccanico, Rocco Fuoco, che in Perché il cane si mangia le ossa fugge dai luoghi originari dove è tornato, per andare di nuovo verso il nord, quel nord che lo ha respinto come "terrone", come "africa" quando ancora gli emigranti erano italiani, ma il razzismo esisteva egualmente. Niente di nuovo sotto il sole, ma questo viaggio è anche un modo visionario di rivivere esperienze ai margini, incontri stralunati dentro una realtà immaginaria. Che però precipita verso la fine per trasformarsi nella storia vera -che Francesco Suriano, il quale ne cura anche la regia, ha elaborato visionariamente - di Carlo Marrapodi, attore di cinema e di teatro, ma anche metalmeccanico per sette anni alla Thyssen Krupp di Torino, ancora incredulo di essere scampato alla strage, dopo avere timbrato il suo ultimo cartellino la notte precedente la tragedia. Ce lo dice alla fine,al proscenio, Marrapodi, leggendo con semplicità un foglio mentre sul palcoscenico irrompe, con la forza di un pugno, la realtà.

di maria grazia gregori

(17:08 - 08 giu 2010)


Vuoi dire la tua?

Login

Non sei registrato? registrati






Cerca nel sito

» ricerca avanzata


Login

Non sei registrato?
» registrati

Hai dimenticato la password?