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06:58 - giovedì 17 maggio 2012


NTFI: segnali diversi dal Fringe

Ancora proposte nel ricco cartellone Fringe del Napoli Teatro Festival Italia. Si tratta di scattare da uno spazio all'altro, cercando, laddove possibile, di non smarrire il filo, narrativo e contenutistico, tra proposte per lo più "giovani", magari nate nella marginalità di circuiti off e ostinatamente capaci di battersi per la sopravvivenza. Al Fringe si colgono segnali diversi, spesso intriganti, a volte acerbi, altre scoraggianti. Ci piace, ad esempio, accostare per contrasto due lavori diversi per struttura e esito scenico.

Il primo è Di viscere e di cuore, proposto dalla compagnia Bluestocking, scritto e diretto da Lucilla Lupaioli da un'idea di Furio Andreotti, e interpretato da Anna Bellato e Michela Fabrizi. La storia vuole cogliere due attrici porno, in una pausa nella lavorazione di un film hard. Una, che si fa chiamare Gatta, è popolana e romana, viene dalla strada (in tutti i sensi) e disperata. L'altra, Myra, che arriva da Nord con tanto di accento veneto d'ordinanza, è invece tutta presa dal sogno di sfondare nel cinema. Nonostante le buone intenzioni, e la generosa adesione delle interpreti, lo spettacolo è un accumulo di luoghi comuni, di prevedibili soluzioni, di realismo d'accatto: se quella dev'essere la linea, già aveva detto tutto Pietrangeli con Adua e le compagne, nel 1960 o, più recentemente, scritto Moresco con Canti del Caos. Lo sguardo autorale è evidentemente borghese, per quanto si sforzi (e supponiamo l'abbia fatto con studi e verifiche) di entrare in quel mondo di marginalità e frustrazione: non c'è un momento di verità, tutto è fittizio, tanto da suonare calcolato. E la regia, al tempo stesso, non offre altro che soluzioni stereotipate. Spettacolo da archiviare, insomma, aspettando la Lupaioli ad altre prove di maggiore intensità.

Diverso il discorso per Madonne di Beslan, cui danno vibrante corpo e voce due attrici come Chiara Tomarelli e Ilenia Caleo (entrambe seguite con attenzione sin dagli "esordi": sistematiche conferme per la prima, fragile e fortissima; e costante crescita per la seconda). Lavorano su una strage rimossa, dimenticata, tuttora oscura come quella di Beslan. Il primo settembre 2004, qualcuno lo ricorderà, un commando internazionale prese in ostaggio una scuola: bambini, genitori, maestre... Tre giorni di occupazione, poi la carneficina con l'assalto delle truppe speciali russe. Ripercorrendo le lucide pagine di Anna Politkovskaja (assassinata dal governo il 7 ottobre 2006 proprio per le sue scomode inchieste sulla Cecenia) le testimonianze delle madri sopravvissute, con inserti struggenti di poesia e di danza, lo spettacolo si apre a momenti di grande tragicità e amarezza, scuote le fondamenta del comune perbenismo inchiodando la politica alle sue responsabilità.

Le due interpreti sono brave, sinceramente invischiate in questa materia incandescente, ma il lavoro risente forse di ingenuità registiche, segno che lo sguardo della Tomarelli (che firma la complessità del progetto) forse non è sufficiente per garantire a Madonne di Beslan una struttura compiuta e adeguata. Ma lo spettacolo c'è: visto al suo debutto dopo un percorso di avvicinamento per tappe - che ha riscosso anche il premio MarteLive 2009 - Madonne di Beslan può senza dubbio crescere, con il merito di sbattere in faccia allo spettatore una storia che l'allegra brigata di governanti che fa e disfa l'Europa vuole archiviare in fretta.

di andrea porcheddu

(20:09 - 24 giu 2010)


I vostri commenti

efraga scrive alle 01:29 - sab 03 lug 2010
Risponde Andrea Porcheddu

Sono felice che il pubblico abbia apprezzato e applaudito lo spettacolo "Di viscere e di cuore". Ma certo gli applausi non sono, né devono essere, l'unico criterio di valutazione di un lavoro teatrale. Mantenere vigile uno sguardo critico, significa, a volte, anche astrarsi dal coro di entusiasti o dal mare di applausi che possono premiare situazioni le più diverse. Non è detto che chi riceve tanti e costanti applausi abbia sempre ragione, in teatro come nella vita...
Chiarito questo, voglio soffermarmi sull'aggettivo "borghese" che ha colpito Alessandro. Appartengo alla classe borghese (anzi per l'esattezza piccolo-borghese) come credo il 90% delle persone che si occupa o che fa teatro in Italia. Certo le eccezioni non mancano ( ci sono, ad esempio, gli artisti maledetti figli di papà...), ma sono sicuro che né Lucilla Lupaioli né Furio Andreotti appartengano a quelle marginalità sociali che pure tentano di descrivere nel loro spettacolo. Si tratta, quindi, di una condizione non solo di "classe" sociale o economica, ma anche e soprattutto di una posizione "culturale" di chi guarda a un mondo distante da sé e diverso e cerca di raccontarlo. La stessa situazione, con un secolo di distanza, di un autore naturalista che raccontava del sottoproletariato urbano. O di Verga che raccontava i Malavoglia. Tutti gli artisti possono raccontare ciò che vogliono, per carità, ma per quanto studio o adesione vi possa essere, il risultato rischia a volte di essere stucchevole. Come nel caso, a mio parere, dello spettacolo "Di viscere e di cuore". Liberissimi, ovviamente, i signori Alessandro e Roberto di pensarla diversamente. Per quel che mi riguarda, confermo il mio giudizio.
a.p.

mascio scrive alle 16:46 - mer 30 giu 2010
Sono d’accordo con Alessandro, probabilmente anch’io ho visto uno spettacolo diverso, uno spettacolo che mi ha preso ed emozionato, assieme al pubblico presente, che come me ha applaudito a lungo.
Roberto

alexnan scrive alle 17:41 - dom 27 giu 2010
Io non provengo da un mondo borghese, ma di origini contadine, e conosco bene la marginalità, per aver lavorato a lungo nel sociale (il mondo borghese lo conosco poco, forse Andrea Porcheddu lo conosce meglio...), e mi verrebbe di pensare che abbiamo visto due spettacoli diversi... "Di viscere e di cuore" mi ha preso lo stomaco e la mente, il dialetto delle due ragazze non mi è parso affatto "d'ordinanza", ma necessario ad esprimere emozioni e situazioni di vita che sarebbero altrimenti suonate costruite e anche forse un po' stridenti. E in quanto alla "verità", credo che la verità che l'autrice volesse indagare è quella delle tante sfumature dell'animo umano e delle sue contraddizioni, la fatica di vivere ma anche la bellezza che può rivelarsi ovunque. E secondo me c'è riuscita benissimo. Anche io la aspetto la Lupaioli per la prossima prova, augurandomi altrettanta intensità!
Alessandro


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