Il Napoli Teatro Festival si è appena concluso, ma riserva ancora motivi di riflessione. È il caso, ad esempio, di Tu (non) sei il tuo lavoro, testo di Rosella Postorino, messo in scena con mano sicura da Sandro Mabellini. È un testo di agghiacciante verità e attualità, un quadro semplicemente disarmante della condizione umana e lavorativa. Una coppia, precaria lei, disoccupato lui: situazione ormai diffusa. 1.000euro al mese, un contratto che è un ricatto, eppure la gioia, la felicità di sentirsi parte di un lavoro, di identificarsi con esso: per lei è tutto chiaro, la vita è lì, in quel posto strappato con le unghie e con i denti grazie a una sostituzione per maternità poi confermata. Ma c'è un rischio: che lui "sia rimasto dentro". È la gravidanza il pericolo, il terrore.
In questo Paese per vecchi, avere un figlio è una colpa, una disgrazia, una giusta causa di licenziamento senza nemmeno un ringraziamento. Parole tabù: maternità, pensione, previdenza, tempo indeterminato... Chi le pronuncia più? E mentre a Pomigliano andava in scena lo spettacolo squallido di un referendum con la pistola alla tempia, in un piccolo teatro di Napoli la scena dava spazio alla tragedia del contemporaneo: a quelle vite obbligate alla marginalità, nonostante studi universitari, master, specializzazioni. Il sogno è quello di tornare alla casa d'origine, dai genitori, di fuggire in provincia, al mare, di lasciare la metropoli e abbandonare sogni di gloria e frustrazioni.
Io non sono il mio lavoro, rivendica lui, con un impeto d'orgoglio: anche perché il lavoro non ce l'ha, lo insegue, lo sogna, ma non lo trova. E se solo riuscisse a svicolare da quell'incubo, da quell'ostinato obbligo di impiegarsi, allora forse potrebbe davvero tornare ad essere se stesso, un uomo. Magari di fronte al mare: a quel mare che Camus sognava come libertà. Il testo della Postorino, dunque, sembra nascere quasi dal di dentro: sguardo attraverso una generazione senza futuro e senza presente. Impossibilitata a essere normale, a vivere senza ansia e con qualche speranza in più. L'allestimento di Mabellini è semplice ed efficace, rispettoso del testo: un tavolo, due sedie, e l'enorme proiezione di un mare, su una parete di lato. In scena Silvia Giuliano e Umberto Petranca sono bravi e commoventi nella loro semplicità: senza orpelli o fronzoli sono là, a testimoniare il declino di una intera generazione, schiacciata da una vita che vita non è. Macelleria sociale, dicono alcuni: ma qui tutto è già stato macinato.
Imperfetti, invece, eppure con guizzi intriganti altri due piccoli appuntamenti del Fringe. Il primo è Coso, della compagnia Schuko, spettacolo che potremmo definire di teatro-danza. Con un gioco affascinante (affidato a due misteriose e inquietanti figure femminili nerovestite come i manipolatori del teatro giapponese Bunraku) ma con qualche scivolone drammaturgico, Coso ha grandi potenzialità: i coreografi e interpreti - Francesca Telli, Marta Melucci e Cristiano Fabbri - hanno talento e ironia, devono solo affondare il coltello in quella intuizione che pure mostrano di avere, evitando magari leggerezze che rischiano di portare lo spettacolo in territori di puro intrattenimento.
Infine, Mr Jason & Lady Medea, di Paola Marcone, anche interprete con Marco Brinzi. Una libera rilettura del mito, un divertimento su una storia, in un mescolar tempi e situazioni: le intenzioni sono buone, alcuni momenti anche, ma lo spettacolo arranca in un eccesso di "ricerca", di soluzioni sorprendenti, ma che alla lunga lasciano con un senso di inconcludenza e di confusione: una variazione sul tema, insomma, ma avviluppata su se stessa...
di andrea porcheddu
(17:18 - 29 giu 2010)
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