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11:39 - mercoledì 23 maggio 2012


Kantor. La materia e l'anima

La fotografia in copertina di Maurizio Buscarino da Crepino gli artisti, quell'uomo di spalle con le mani alzate e tese non sai se verso una porta o una finestra di legno... Quelli della mia generazione lo riconoscerebbero immediatamente: è Tadeusz Kantor, immortalato in uno dei suoi gesti istrionicamente significativi e colmi di tensione. Per quelli che sono venuti dopo di noi e che non hanno mai visto in scena Kantor in qualcuno dei suoi spettacoli quel gesto e quel luogo, quella porta (o quella finestra) che nasconde qualcosa alla vista è un invito alla conoscenza, alla scoperta di quello che lì dietro si nasconde.

Quella porta (o quella finestra) tocca a Renato Palazzi con Kantor. La materia e l'anima aprirla per introdurci nella solitudine estremamente frequentata di un genio del Novecento quale è stato Kantor, artista completo, teatrante, pittore, performer, in tutto e per tutto uomo del suo tempo. Per farlo anche Palazzi sceglie un suo "segno" che non è quello del racconto emozionale e neppure quello della distanza, ma una narrazione ambivalente, a corrente alternata, puntigliosamente analitica, ricca di documentazione eppure del tutto personale.

Certo l'autore non si dimentica di essere un critico, come non si dimentica di avere conosciuto e affrontato Kantor come operatore culturale ai tempi della sua direzione della Scuola d'arte drammatica "Paolo Grassi" di Milano, quando chiamò l'artista polacco per un seminario indimenticabile; come non si dimentica del vero e proprio spaesamento che prese un po' tutti alla visione della Classe morta, quando quei pochi che ancora la praticavano si vergognarono di fare ideologia attraverso la critica.

Lo devo dire: credevo di sapere se non proprio tutto, molto di Kantor, che avevo incontrato più volte e di cui insieme a Luigi Sponzilli, per i tipi di Ubulibri, avevo tradotto i primi scritti dedicati alla Classe morta, pubblicati in Italia. Ma questo libro così ricco di notazioni di prima mano, così attento a collocare il lavoro di questo artista apparentemente incollocabile dentro il suo tempo e le fascinazioni artistiche di un'epoca ricca di fermenti e non facile per chi come Kantor viveva all'est, ci fa andare oltre. E ci mostra quel vero e proprio laboratorio di idee, di suggestioni, magari contraddittorie, che sta dietro ogni creazione, quell'originalità che forse nasceva da un miscuglio sorprendente di aperture che si consolidavano nell'uso scenico di oggetti creati con materiali poveri, considerati come presenze dell'ultimo rango di una personalissima classifica e dall'inserimento dentro un universo terremotato - dove le esperienze personali e artistiche venivano come trasfigurate - dell'attore, forse il più importante dei suoi "oggetti" questa volta in carne e ossa, vera e propria macchina desiderante nello sbiadire provocatorio dei sessi.

Un attore quasi biomeccanico derivato da Mejerchol'd, spesso costretto nel baluginare delle luci, nel ribaltamento degli spazi, a interrogarsi sulla propria esistenza, a riflettersi o a rivedersi nel proprio doppio, come i vecchi della mitica Classe morta, che portano legati a sé, con sé, i fantocci con le fattezze dei bambini che sono stati ...

Sull'attore kantoriano Palazzi, che ha provato il brivido di partecipare a uno spettacolo del teatrante polacco, scrive pagine che ci aiutano a capire quel particolare processo di creazione da cui nasceva il personaggio kantoriano. In fin dei conti ci racconta di un "io" diviso e ambiguo che anela verso il sublime se non proprio verso la spiritualità ma che resta irrimediabilmente legato al "basso" della quotidianità più disperante, talvolta, di qualsiasi sconfitta.

Kantor. La materia e l'anima
. Titivillus Edizioni, 328 pagine. 18,00 euro

di maria grazia gregori

(21:08 - 24 lug 2010)


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