C'è una fascinazione, un sottile filo rosso che lega i capitoli della grande opera teatrale di César Brie. È una attenzione per l'Ade, per l'aldilà, per il mondo di chi non c'è più. Sono spesso gli sconfitti, i vinti, a parlare: gli spettacoli di Brie potrebbero essere letti come "Spoon River" del Sudamerica, voci dei morti che non si danno pace, che tornano per raccontare le loro esistenze grame, marginali. In queste piccole epiche andine, a volte non si fa distinzione tra vincitori e vinti: i morti spesso hanno la stessa origine contadina, il dolore è lo stesso. Ci sono vittime e carnefici, questo è chiaro: solo che i carnefici sono - come avrebbe detto Pasolini - a loro volta figli di povera gente.
L'attenzione per il mondo dei morti è frutto non certo di morbosa curiosità, né di stucchevole senso del macabro: è l'umana pietas, di chi si fa testimone per tragica empatia. Allora, proprio il senso tragico sfida ogni trascendenza per mutarsi in umana immanenza e sincera vicinanza: la morte è là, dietro l'angolo, sia per gli "eroi" dell'Iliade o dell'Odissea, sia per i campesinos del Pando, una regione della giungla boliviana massacrati l'11 settembre 2008.
César Brie, solo in scena - per la prima volta senza i suoi storici compagni del Teatro de Los Andes, con cui si sta consumando una dolorosa separazione - ha voluto raccontare, in un lavoro ancora imperfetto e in elaborazione, la storia di questi poveri contadini, uccisi perché reclamavano terra e diritti contro i latifondisti al potere. Massacro cruento e confuso: le cifre ufficiali parlano di appena 11 morti, ma la verità è ben lungi dall'essere conclamata. Brie, dopo aver realizzato un lungo film documentario sulla vicenda, ha deciso di portarla anche in scena.
Arriva in Italia, e lo scopriamo nel piccolissimo ma elegantissimo festival Scene di Paglia, organizzato da Fernando Marchiori (che di Brie è anche ottimo "biografo" e critico), nei "casoni" attorno a Piove di Sacco, tra le campagne e la laguna di Venezia. Lo spettacolo si intitola Albero senza ombra: è un lungo racconto, in cui le voci si mescolano e si confondono, si accavallano e si eludono.
Cèsar Brie mostra la sua agilità nel mutarsi ora nel giovane studente ucciso con un colpo alla schiena, ora nel poliziotto colpito a bruciapelo al volto, ora nella madre disperata ma dignitosissima che vuole notizie di suo figlio, ora nei tanti senza nome, contadini - campesinos appunto - che hanno il torto di cercare una vita solo un poco migliore. Lo spettacolo è emozionante e commovente: e facilmente si perdonano quelle pecche, di cui l'attore-autore-regista argentino è ben consapevole, che sicuramente verranno superate nelle prove a venire.
Il lavoro ha il merito di portare alla luce una vicenda nascosta dai media, fraintesa, troppo "marginale" per trovare spazio in prima pagina. Muoiono contadini, vincono i padroni: chi se ne preoccupa? Però la pietà, la solidarietà, l'amarezza, l'umanità fanno sì che un instancabile artista come César Brie torni a raccontare queste odissee quotidiane, queste storie di senza storia. È la danza macabra di una morte, il cui passo è continuamente evocato da un pestar di foglie che fa da colonna sonora costante dello spettacolo, troppo "banale" per scuotere l'opulento Occidente. In Bolivia, laggiù, si continua a morire per la terra...
Visto al Casone Ramei di Piove di Sacco (Pd), nell'ambito del festival Scene di paglia
di andrea porcheddu
(17:41 - 16 lug 2010)
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