Dal rilancio del Festival dei Due Mondi, sotto la direzione di Giorgio Ferrara e del suo staff, la danza ha riacquistato quel predominio morale - e non solo - che nel corso degli anni ha contribuito a fare la storia della manifestazione. Se nell'epoca aurea ciò avvenne grazie alla rivelazione europea di nuovi maestri americani - da Jerome Robbins a Paul Taylor - allora in meravigliosa fioritura, o a eventi nazionalpop straordinari, oggi le cose sono cambiate. Non di meno si mantiene rigorosamente salda la barra dell'alta qualità e l'occhio attento all'ispirazione coreografica.
Alessandra Ferri, responsabile artistica della sezione, dimostra in questo di avere idee chiare e polso fermo, oltre che grande coerenza, elaborando una serie di proposte che privilegiano proprio la materia danza, come espressione forte di per sé, basata su disciplina rigore e ispirazione. E così, come dicevamo, lo standard è sempre alto, capitano piacevoli sorprese e qualche volta si è sopraffatti dall'emozione della grande arte.
È questo il caso dei due spettacoli che, insieme all'applaudito programma jazz della gloriosa Lar Lubovitch Dance Company, in apertura di festival, hanno caratterizzato il cartellone di Spoleto 53. La giovanissima compagnia newyorkese Cedar Lake Contemporary Ballet, fondata neppure dieci anni fa da Nancy Laurie e oggi diretta dal francese Benoit Swan-Pouffer, è stata appunto una poderosa sorpresa per lo straordinario standard atletico e tecnico dei suoi danzatori. Un melting pot di razze e di corpi, tutti plasmati da un'alta formazione, la compagnia punta allo sviluppo del linguaggio coreografico partendo da un evidente retaggio post-classico e dalle sue proficue contaminazioni con le varie tendenze del contemporaneo. Non a caso il suo direttore, europeo, sta aprendo le porte della compagnia a numerosi autori del vecchio continente, attualmente assai vivace nell'ambito della ricerca coreografica, delineando così l'identità della sua formazione come un versatile, prezioso strumento per i più diversi linguaggi della scena coreografica attuale.
Nel programma di Spoleto - al Nuovo - abbiamo così visto lavori del norvegese Jo Stromgren, dell'olandese Didy Veldman e dell'italiano Jacopo Godani. Tre lavori uniti dal comune interesse per la dinamica e il virtuosismo tecnico, inteso anche come sfida individuale ai propri limiti di resistenza e malleabilità fisica. Stromgren in Sunday, again si affida a Bach, in una composizione anodina, che parte in modo abbagliante con un duetto impegnativo, con prese, contrasti e contorsioni che i danzatori affrontano con spavalderia, ma poi si banalizza in situazioni descrittive che impegnano una pallina da badminton che mal si unisce alle auliche musiche bachiane. Ciò nonostante la danza è rigogliosa e atletica, quanto mai. Veldman in Frame of view si fa epigono della scuola olandese fatta di dinamiche ariose, scattanti, in uno storyboard in cui tre porte delineano storie minimali di varia umanità, solitudini, bizzarrie. Luogo comune che consente di variare intonazione e creare brevi bozzetti in cui la corporeità e personalità dei ballerini viene sicuramente esaltata.
Il nostro Jacopo Godani punta invece alla fusione del gruppo nel suo affascinante Unit in Reaction, raffinato in luci, costumi (di Jacopo) e musiche: una sorta di Agon postmoderno, compatto, sinuoso e scattante, in cui momenti solistici e duetti avvolgenti si fondono con l'insieme mantenendo una avvolgente fluidità grazie al continuo nervoso ondulare del busto e delle braccia. Un lavoro estetizzante, a tratti, ma lucido nell'ideazione e nell'accurata realizzazione, di sicuro impatto e di ottima esecuzione.
In piazza Duomo invece l'Hamburg Ballet di John Neumeier ha, come dicevamo, compiuto il miracolo di sopraffare il pubblico d'emozione, attraverso una carrellata di estratti di opere del maestro americano, scelte appositamente per raccontare Il mondo di John Neumeier. Quasi un ritratto in danza, un percorso autobiografico attraverso i temi salienti della sua poetica legata alla traduzione di ogni aspetto dell'umanità nella danza: dalla gioia di vivere al dolore, dalla meditazione allo smarrimento, dall'orrore e la paura per la violenza dell'uomo alla contemplazione della bellezza consolatrice. Una carrellata di estratti corali, solistici o di passi a due da Bernstein dances a Shall we dance, da Pavillon d'Armide al recentissimo Orpheus, fino a Nijinsky e la Terza Sinfonia di Mahler. Momenti altissimi che hanno tenuto la piazza con il fiato sospeso nella magnifica scena da Mathaus Passion e l'ha fatta sorridere nel tenero omaggio a Maurice Bejart, Opus 100 su ballate di Simon and Garfunkel. Il tutto declinato in un linguaggio che partendo dalla tecnica classica e quella modern storica, diventa eloquio senza parole, magistrale esempio di una visione umanistica della danza che appartiene alla generazione di Neumeier (e di Kylian e di Ek), e che oggi sta tornando prepotentemente alla ribalta.
Strepitoso interprete della poetica del coreografo, l'Hamburg Ballet continua a esaltare per la devozione, la forza, l'entusiasmo, la sensibilità artistica di interpreti di valore assoluto: da Lloyd Riggins a Otto Bubenicek, da Sacha Riabko a Ivan Urban, da Peter Dingle a Joelle Boulogne, Silvia Azzoni, Helene Bouchet e Thiago Bordin. Solo le punte di diamante di una compagnia oggi tra le migliori del mondo.
di silvia poletti
(15:32 - 07 lug 2010)
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