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15:03 - venerd́ 10 febbraio 2012


Muoviti, sei a Santarcangelo

A quaranta anni, il Festival di Santarcangelo ritrova lo smalto di un ventenne. Merito indubbio della dinamica direzione artistica di Enrico Casagrande (intervista) che senza misteri ha inseguito i suoi gusti: musica, video, documentari, performance, e quel tocco di glamour che tramuta la "storica" piazza Ganganelli in una succursale chic delle prestigiose disco riminesi, con tanto di cuffie per gli astanti, in modo da poter ballare dopo la mezzanotte senza disturbare. E anche sul tema della performance, con conseguente coinvolgimento del pubblico più o meno attivo, si disloca il festival, occupando spazi inconsueti e offrendo accelerazioni e decelerazioni al cardiopalma.

A partire dal teatro heavy metal di Cosmesi in scena con la band Rotorvator. Di fronte alla muraglia dello Sferisterio, un megaschermo trasmette immagini disturbate, crolli e smottamenti, mentre la musica devasta ad un livello di decibel altissimo le placide aspettative dello spettatore. La dialettica si istaura con il corpo fragile di Eva Geatti, che candidamente cerca di intromettersi nel muro di suono dei Rotorvator, ma il vano tentativo di inserire poesia nella frantumazione generale di quest'epoca postindustriale è destinato, a sua volta, a naufragare. Possente e acido, NEROep di Cosmesi si chiude con una immagine folgorante che illumina a giorno la muraglia santarcangiolese.

Più abituale e standardizzato, l'intervento di Codice Ivan, che gioca sulla simultaneità e sulla molteplicità della visione. Tre megaschermi invado e ridisegnano il piccolo teatro della Collegiata. L'idea, mi sembra di capire, è quella di investigare il senso e la visione del "moto" o del viaggio: da quello sferragliante delle ferrovie, con una camera fissa che riprende una stazione, all'andare a piedi, al comprare biglietti, in un accumulo visivo rumoristico che cala lo spettatore in realtà abituali ma come "scontornate", rese disagevoli nella loro banalità.

Giocano invece su suggestioni warburghiane i Fanny&Alexander, che tingono di rosso un bastione dell'ex carcere e avviano una pratica di "collage", accostando immagini desuete frutto di suggestioni provenienti dal Festival stesso. L'Atlante Mnemosyne di Aby Warburg, dunque, è un "metodo", una chiave di volta, di cui si impossessa il gruppo ravennate per raccontare con Atlante rosso, inedite associazioni d'arte, ipotesi interpretative, in un percorso aperto e in divenire che si comporrà mentre il festival si avvicinerà alla conclusione. Infine, da segnalare il raffinato lavoro di OHT, Office for a Human Theatre, che illumina di proiezioni in loop di lettere che appaiono e scompaiono un angolo oscuro delle mura storiche, Piazza Nicoletti, con Fino a quando ti muovi. Quelle lettere, poi, si compongono quasi casualmente in domande di apparente superficialità e trasandatezza, ma che invece innestano taglienti suggestioni nella mente di chi osserva.

E mentre fiere lottatrici nel fango si aggirano per le vie del borgo, può capitare di imbattersi in una squadra di vivacissimi videomaker in tenuta da battaglia, sparpagliata nelle vie di Santarcangelo, per girare live un film. Sono il gruppo anglotedesco GobSquad, che hanno proposto al Festival il loro Super Night shot, accolto trionfalmente dal pubblico. Il "gioco" è semplice: gli spettatori aspettano l'arrivo dei quattro videomaker lanciati tra la gente, nell'ora precedente, per girare e documentare una storia. Uno dei quattro è "l'eroe" e deve baciare una persona. Un altro deve trovare la location giusta, l'altro ancora deve creare attenzione e l'ultima (la donna del gruppo) deve individuare il "soggetto" disponibile a farsi baciare. Tempo disponibile: un'ora. E una volta raggiunto l'obiettivo, dopo varie e immaginabili peripezie, i quattro tornano al cinema-teatro per mostrare il girato al pubblico in quattro video che scorrono contemporaneamente sul grande schermo. Ritmo indiavolato e riprese impeccabili, divertimento e goliardia, per quella che viene definita "epica del quotidiano". Non so: forse non mi è chiaro il tutto, e se pure capisco la bontà del progetto, il gioco sul guardare e sul bisogno d'apparire, la parodia della retorica del sentimento e l'affondo sul lirismo cheap della tv verità, qualcosa mi lascia perplesso.

In un Paese come il nostro, devastato dai dilettanti allo sbaraglio che conquistano il loro quarto d'ora di notorietà nelle tante trasmissioncine quotidiane, avvilito dai reality che dettano legge e cultura, impoverito da una politica che vive solo nei salotti televisivi, stare (ancora) a fare il verso alla telecamera a spalla che fa tanto "vero" mi sembra poca cosa.

di andrea porcheddu

(19:36 - 15 lug 2010)


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