Qualche considerazione in margine al programma del quarantesimo Festival di Santarcangelo, che da quanto si è visto nel primo fine-settimana (in cui d'altronde si concentravano alcune delle proposte più significative) ha mostrato di essere stato costruito con sensibilità e intelligenza. Il direttore artistico di quest'anno, Enrico Casagrande, dei Motus (intervista), ha scelto di orientarsi come aveva fatto Romeo Castellucci nel 2005 alla Biennale di Venezia, e in parte Chiara Guidi la scorsa estate proprio nel borgo romagnolo: ha puntato, cioè, su un progetto in qualche modo unitario, focalizzato su alcuni temi salienti della scena odierna.
Il pregio - e paradossalmente anche il limite - di questi festival a tema è che all'interno di essi, una volta individuati certi criteri di selezione, tutte le produzioni invitate acquistano un senso, una collocazione, al di là delle specifiche qualità di ciascuna. Ciò che conta, infatti, non è il valore estetico dei singoli allestimenti, ma l'accostamento, il confronto tra di essi, l'attenzione che si sposta sulle diverse modalità con cui i vari registi si sono accostati a un argomento comune. Seguire il festival diventa dunque come assistere a un unico spettacolo dalle molte facce, come partecipare a un percorso a ostacoli pieno di stimoli, di domande, di sorprese.
Il nucleo degli spunti di partenza individuati quest'anno da Casagrande riguardava in particolare i ribaltamenti dei rapporti fra interpreti e pubblico, e le schegge di realtà che sempre più sembrano penetrare all'interno della finzione rappresentativa? Ebbene, questo taglio forniva una chiave di lettura per accostarsi anche a operazioni che all'apparenza sarebbero apparse assai lontane fra loro, se non addirittura opposte, come un'azione sviluppata in piazza dagli spettatori stessi, guidati da una voce ascoltata in cuffia, e una riscrittura dell'Hedda Gabler di Ibsen precipitata in una dimensione di dimessa concretezza quotidiana.
Naturalmente non ha torto chi sostiene che le indicazioni, i motivi di riflessione che si ricavano da un programma così impostato non vanno presi come dati assoluti e definitivi: è vero che assistendo a un festival d'altro tipo non si trarrebbero necessariamente le stesse impressioni. Ma è difficile, in questo campo, inventare dal nulla qualcosa che non esiste: certe costanti, certe situazioni ricorrenti sono state magari enfatizzate dalla visuale soggettiva del curatore, ma rispecchiano comunque delle tendenze in atto, offrono dei punti di vista per capire meglio dove sta andando il nuovo teatro, e suggeriscono qualche interrogativo sul teatro nel suo insieme.
Nel complesso, si nota che è sempre più vergognoso il modo in cui il mondo dell'informazione se ne occupa, continuando a darne un'immagine vaga, sfocata, ferma nel tempo: forse, in alcuni suoi settori, il teatro è anche questo, ma su altri fronti - come si è visto a Santarcangelo - è invece una continua esplosione di vitalità, un laboratorio di idee, il terreno di un ricambio generazionale che in Italia non ha uguali. Possibile che certe esperienze anomale, innovative - come l'evento in piazza, già citato, dell'argentino Bernat - non siano degne di essere raccontate, documentate, discusse anche fuori dai canali consueti?
E poi: Casagrande, in questa sua direzione, ha rivelato una lucidità critica, un respiro progettuale per certi versi inattesi in un regista così legato alla poetica del suo gruppo. Non devo tirare la volata a nessuno, la stessa cosa potrei dirla di altri, ma anche in questo caso vale il discorso fatto in precedenza: possibile che per degli artisti ormai non più ragazzini, che hanno dato buona prova di sé anche in campo ideativo, non si trovi posto alla guida di un teatro - ammesso che lo vogliano - non per distribuire delle poltrone, ma per far sì che lo stesso sguardo curioso sia portato dentro le istituzioni, in modo da spingerle ad aprirsi, ad accettare un panorama che sta cambiando?
di renato palazzi
(16:37 - 16 lug 2010)
filo scrive alle 16:46 - lun 19 lug 2010
Ho avuto modo di assistere allo spettacolo "Photo-romace" degli artisti libanesi R. Mroué e L. Saneh. La riflessione sul contenuto di una rappresentazione che inserisce nella cornice di un film classico il teatro documentario di un paese in guerra, indagandone i riflessi nel realismo semplice della vita quotidiana, può ispirarsi al gioco teatrale come mettere in crisi certi rapporti difficili con l'arte. Penso che il nucleo performativo del festival consenta alla partecipazione del pubblico di esprimere l'efficacia della sua vita quotidiana.
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