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11:44 - mercoledì 23 maggio 2012


Pubblico protagonista. Grazie alle cuffie

La cuffia, ecco l'oggetto cult del 40esimo Festival di Santarcangelo. Lo spettatore oramai è cuffia-dotato: se visitando un museo capita sempre più spesso di vedere comitive intere dotate di quelle specie di telefoni che sostituiscono le guide, ora per andare a teatro occorre lasciare un documento, ritirare la propria cuffia e disporsi all'ascolto.

Al Festival diretto da Enrico Casagrande, come notava Renato Palazzi nelle sue note, c'era un filo conduttore che scorreva sottotraccia, ossia il ruolo capovolto dello spettatore. E forse, vien da dire, questo spettatore è sempre più "ascoltatore". Lo è, ad esempio, nello spettacolo degli olandesi Wunderbaum, Magna Plaza. Invadono un mega centro commerciale di San Marino (la repubblica del Titano a pochi chilometri dal centro del Festival), e lo trasformano in scenografia naturale ossia artefatta, di un melodramma in atto. Prendendo liberamente, ma non troppo, da Dolls, il film di Kitano, gli olandesi attuano una narrazione per frammenti, che si dipana nei vari livelli del centro commerciale, tra clienti ignari e spettatori accorti, ossia cuffia-dotati. Solo questi ultimi, infatti, potranno ascoltare le tre storie che si intrecciano e si inseguono, senza mai o quasi sfiorarsi. Gli altri, tra un negozio di scarpe e uno di dischi, vedranno passare strane figure su pattini, assisteranno a improbabili amplessi, intuiranno frammenti di concerto e struggenti storie d'amore, con finali melodrammatici. Il gioco di Magna Plaza è svelare il nonluogo come possibile contenitore di passioni, ancorché esasperate, mostrare la pulsione tragica sotto la normalità. Così quel performer che resta in attesa di una irraggiungibile ragazza, in piedi dietro un enorme pannello su cui ha scritto "are you ready for love?", accanto a un peluche gigante a forma d'elefante, è il paradigma della solitudine che attanaglia ciascuno di noi in quei luoghi tanto più spersonalizzati quanto ricreati a mo' di piazza accogliente e riconoscibile, con la fontana di rito o il caffè sotto i (finti) portici.

Se qualcosa è mancato, alla rappresentazione sanmarinese, è proprio il grande pubblico, l'affluenza totale che riempie queste nuove agorà di compratori. Ma dentro le quiete disperazioni del centro commerciale, che tutto e tutti rende simili, i Wunderbaum suggeriscono che ci sono tracce di amore, sconfitte, passioni appunto: e l'ascoltatore-spettatore ha il compito non facile di tessere quelle trame, di intrecciare i fili della narrazione sfilacciata (a volte troppo), di inseguire con lo sguardo quella storia in mezzo a tante altre possibili. Insomma, di effettuare un proprio montaggio visivo-sentimentale. Poi, tolte, le cuffie, il pubblico si trova a passeggiare per quegli stessi corridoi, davanti alle stesse vetrine, con il dubbio di essere protagonista inconsapevole di un nuovo e diverso melodramma.

Ancora in cuffia si poteva vivere lo spettacolo Domini Public, del catalano Roger Bernat. Un gruppo di spettatori, nella piazza centrale del paese, ascoltano una serie di domande e reagiscono così come richiesto. Se hai un figlio alza la mano, se sei nato in Emilia Romagna vai a destra, se guadagni mille euro al mese metti le mani sul petto, e via così. Domande sottili e insidiose, altre divertenti, altre ancora spiazzanti. Poi, pian piano, i gruppi cominciano a definirsi: alcuni devono indossare un giubbottino giallo con la croce rossa, altri si mettono il giubbottino blu, e diventano poliziotti, magari solo perché sono nati al nord. Altri ancora, infine, si mettono una giacchetta arancione: e sono le vittime. Quasi dolcemente si slitta da un surreale gioco di ruolo alla messa in prova di una situazione violenza. Come in una performance di Augusto Boal, dunque, si rappresenta una situazione reale, in cui le dinamiche relazionali sveleranno i meccanismi del potere. Un inseguimento, un sopruso, uno stupro, una uccisione: le vittime sono sdraiate in terra, la croce rossa interviene...

Tutto è ovattato, assurdo in quanto reale. Lo slittamento si fa consapevole: vittime e carnefici, come ovunque. Il sorriso si smorza in una inquietudine crescente: quelle domande, quella sorta di censimento in diretta, quel continuo reagire con gesti apparentemente insignificanti alla serie incalzante di quesiti, si mutano in un aguzzo e sottile meccanismo di manipolazione (cosciente), e l'agnizione è folgorante. Poi, una maschera-giudice di sedia guida tutti in un ambiente isolato: c'è un plastico, che in versione ridotta fa vedere la situazione iniziale, ossia gente, personcine anonime in una piazza. E un video, intanto, fa vedere quelle stesse personcine in situazioni sempre più coercitive, violente: torrette di controllo, impiccagioni, morti...

La violenza è il convitato di pietra, il fantasma presente, la possibilità non esclusa: basta poco, in fondo, per impugnare un manganello.

di andrea porcheddu

(20:47 - 21 lug 2010)


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