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11:45 - mercoledì 23 maggio 2012


"Santarcangelo. Un festival per gente coraggiosa"

Alla vigilia dell'apertura della 40esima edizione del Festival di Santarcangelo, come ogni anno l'attenzione è tutta per questo angolo di Romagna, che ha visto passare buona parte della storia recente del teatro nazionale e internazionale. Nel nuovo corso del Festival, inauguratosi nel 2009 con la direzione artistica di Chiara Guidi, si prevedeva una triennalità che chiamasse in causa alcuni tra i maggiori artisti attivi nella zona: dopo la Guidi e la Raffaello Sanzio, prima di Ermanna Montanari e le Albe, è il turno di Enrico Casagrande, fondatore della compagnia Motus. Una formula da difendere a spada tratta: ha saputo, da subito, ridare smalto e interesse a una manifestazione mortificata da un paio d'anni di gestione opinabile e passata da una stagione di transizione in cui si posero intelligentemente le basi per il futuro. E il festival 2010, allora, previsto dal 9 al 18 luglio, si preannuncia particolarmente vivace, articolato, ricco di nomi nuovi e forte di un investimento su alcune realtà giovani italiane già molto attive. Ne parliamo con Casagrande

Allora: pronti per partire?
Si! Certo...

Cominciamo cercando di capire quali sono le chiavi d'accesso a questo festival...
Tantissime! Un mazzo di chiavi! E magari non si trova mai quella giusta... Siamo partiti dalla ricerca di progetti che potessero riportare, con codici diversi, la trasformazione dal reale al teatro: qualcosa che prendesse spunto da tutto quelle che è fuori, nel reale, per portarlo dentro, ossia nel teatro. Cercando un linguaggio artistico che fosse lontano dal teatro di narrazione. E dunque un primo percorso del festival segue un filone di ricerca che coinvolge anche nomi noti come Rabin Mroué e Lina Saneh, artisti libanesi, o gli israeliani Public Mouvement: abbiamo a che fare con un "teatro documentario" di grande interesse. Poi, nel peregrinare continuo con lo sguardo, investigando quel che accade attorno a noi, ci siamo resi conto di quanto sia importante, in questo momento, interrogarsi sul pubblico: chi è? Chi sta dall'altra parte dello spettacolo? Tanti progetti, allora, cercano una dimensione partecipativa del pubblico. Penso a Roger Bernat, catalano, che fa una sorta di grande gioco da tavolo riproposto in dimensioni giganti in una piazza, luogo pubblico in cui lo spettatore è attore, mosso tramite indicazioni in cuffia, di questo Domini pùblic, interessantissimo dal punto di vista drammaturgico perché da domande molto semplici arriva a riflessioni complesse sullo stato delle cose. Penso anche a Fagarazzi/Zuffellato, che coinvolgono il pubblico, o al gruppo GobSquad, inglesi e tedeschi, che fanno Super night shot, un lavoro che si sviluppa in strada e poi entra in sala con un film girato nell'ora prima dello spettacolo. In questa prospettiva abbiamo voluto anche incontri, uno dei quali dedicato proprio al tema pubblico, o un percorso di riflessione con Goffredo Fofi che si interroga su ‘Chi è il mio prossimo', per porci delle domande su un momento in cui l'Altro è diventato un "problema"...

Nelle tue note di presentazione scrivi: "Vedo Santarcangelo come una esplosione di rosso..."
Ci piaceva un'idea di esplosione! Siamo un po' dinamitardi, e rispetto a questo perenne parlare di crisi, ci piaceva fare un festival con tantissime presenze. Un festival esploso, che prendesse le mosse da alcuni nuclei centrali per arrivare ad essere pieno, denso, a mostrare i muscoli. E per questo ringrazio gli artisti presenti, che hanno accettato condizioni economiche davvero difficili. Però, abbiamo già da un anno iniziato a strutturare rapporti con compagnie straniere incontrare nelle nostre tournée e con gli artisti italiani - come Babilonia, Fagarazzi/Zuffellato, Codice Ivan, Cosmesi, Teatro Sotterraneo - abbiamo cercato di capire come il loro linguaggio, in molti casi giovane, fresco, nuovo, potesse essere a Santarcangelo in un contesto protetto, tale da metterli a proprio agio. Insieme per confrontarci non con uno spettacolo di giro, ma con qualcosa creato ad hoc, proprio per questo festival. Un dialogo aperto e presentazioni di lavori in divenire, lavori fuori formato: per durata, spazi, luoghi, per rivedere assieme con tutti il ruolo dei festival.

Appunto: che ruolo hanno i festival?
Stiamo tutti costruendo festival per sopperire a quello che non fanno le stabilità o le stagioni. Quel teatro, variamente definito di ricerca o sperimentazione, non trova ancora la sua collocazione. E i festival allora cercano di colmare queste lacune, mentre dovrebbero ritrovare la loro missione di luogo del rischio.

Scorrendo il programma, non sembra rintracciabile un filo conduttore, come fu per l'anno scorso, quando Chiara Guidi si soffermò su un teatro "musicale"
Abbiamo scelto di tenere più indagini aperte. Non abbiamo voluto tematizzare o chiudere porte, perché il contemporaneo è fatto da diversi strati. E dunque ospitiamo anche maestri come l'argentino Daniel Veronese, ma abbiamo cercato un confronto sistematico con le giovani generazioni. Mi è piaciuto occuparmi del Festival. Per me è un passaggio particolare: ti trovi dall'altra parte, ad organizzare, ma sapendo che lo fai solo per un anno. Quindi sei un po' una cicala, e non una formichina: spari tutte le cartucce subito, senza la necessità di capitalizzare o pensare agli anni successivi. Dunque cerchi di dare la tua visione del teatro, un tuo segno sul teatro d'oggi. Quello che abbiamo cercato di fare è un festival "orizzontale": ci occupiamo di forme diverse, sempre molto "al margine". Ci confrontiamo con un'arte che cerca un bordo dove sporgersi per capire da che parte cade, se cade. Opere che sono su quello strano limite: tutti i lavori presentati sono lì, sospesi. Poi abbiamo cercato un confronto con le arti visive, il documentario, con tutti quegli "altri" linguaggi che racconto in "altro modo" l'arte pubblica. Ad esempio abbiamo in programma tre film documentari, per me importantissimi: Estrellas dell'argentino Federico Leòn, anche regista di teatro; poi La bocca del Lupo di Pietro Marcello, che è un film bellissimo; e infine Below sea level di Gianfranco Rosi: sono documentari poetici, che in vario modo toccano il teatro, indagini con una loro visionarietà. Poi ci siamo inventati la sezione ESC...

Cioè?
ESC, come il tasto del computer che indica "esci", "fuga": tutto quello che avviene a cielo aperto. Non è l'Immensa dello scorso anno, non ci sono stati bandi. Abbiamo fatto inviti, cercando cose che potessero dialogare con il festival, come concerti, istallazioni, molta danza urbana, che faranno da link tra uno spettacolo e l'altro, tra uno spazio e l'altro.

Se dovessi consigliare o suggerire uno spettacolo?
Ovviamente li suggerirei tutti! Ci sono diversi livelli, diverse possibilità. Senza dubbio voglio segnalare i lavori di Mroué e Saneh, già citati: artisti militanti, da vent'anni, eppure obiettivi, che sanno raccontare e intimizzare bene, raccontando un Libano che non conosciamo. Poi, per i postadolescenti consiglio i giapponesi Faifai che lavorano sulle figure Manga: sono ipercolorati, irruenti, sparati! E ancora Finale del mondo, il nuovo progetto di Teatro Sotterraneo, che non conosciamo ancora, ma penso sia molto bello: andremo in diretta su Radio3Rai in concomitanza con la finale dei Mondiali di calcio, e il pubblico del festival assisterà al lavoro dallo Stadio di Santarcangelo. Quindi dal microstadio romagnolo al grande stadio di Johannesburg, giocando tra il vero e il falso...

In che stato di salute è un festival quarantenne?
Il momento è difficile per tutti. Abbiamo avuto tagli dal Comune di Rimini, c'è stato un cambio all'Assessorato in Regione, e dobbiamo ricostruire un rapporto con il nuovo assessore. Regione, poi, a sua volta segnata dalla prospettiva dei tagli nazionali. Ma qui c'è una grande volontà: come ogni anno, abbiamo ricevuto centinaia di domande di ragazzi e ragazze che vogliono fare i volontari; abbiamo addirittura allestito un campeggio ed è già tutto prenotato. Ma il budget è lo stesso di 12 anni fa. La fortuna di essere direttori per un anno e di essere artisti, ci ha consentito di lavorare anche su altre possibilità, su altre prospettive nel dialogo con le compagnie: laddove non bastano soldi, offriamo residenze, ospitalità, il vitto della nostra mensa... Detto questo, nonostante le eredità, non dovrebbero esserci buchi di bilancio.

Dunque, il percorso "triennale" sta funzionando?
Sono certo di parte, ma penso di poter dire che serviva uno sguardo interno, anche localista: le compagnie chiamate alla direzione sono cresciute in questo festival, avevano già rapporti avviati. E questa vicinanza ci ha consentito di fare da perno tra i settori, riunendo parti che avevano assunto - nel periodo Bouin e subito dopo - modalità di percorso diversi, per cui ognuno andava per conto proprio. Abbiamo ritrovato un collante, un dialogo anche in termini di budget, che era gestito in maniera troppo settoriale

E i risultati non sono mancati, il Festival ha riacquistato identità e forza nel contesto nazionale. E tra l'altro, si apre anche un nuovo spazio...
Sì, le Corderie. Uno spazio rimasto sconosciuto, non si sa perché, per vent'anni! Si tratta di un edificio ex industriale, un grande e affascinante complesso situato in una zona molto centrale, in cui abbiamo ricavato tre spazi teatrali, più uno spazio mostre esterno. Ogni sera ci saranno tre spettacoli. Ma continuiamo a utilizzare gli spazi storici del festival e anche molti all'aperto, comunque tutto a Santarcangelo, tutto a portata di piede...

C'è una frase, una citazione, che possa fare da epigrafe al Santarcangelo Festival 2010?

Ce l'abbiamo: un vero e proprio slogan. "Partecipa anche tu se hai coraggio!".

di andrea porcheddu

(13:19 - 08 lug 2010)


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