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11:46 - mercoledì 23 maggio 2012


Un Mittelfest nel segno di Dostoevskij

Sarà Dostoevskij il grande protagonista della diciannovesima edizione del Mittelfest, che si apre sabato 17 a Cividale del Friuli: del grande scrittore russo verrà presentato I fratelli Karamazov nella messinscena di Marinella Anaclerio, che debutta venerdì 16 - in una sorta di anticipazione dell'avvio "ufficiale" della rassegna - al Teatro Verdi di Gorizia, quindi Delitto e castigo allestito dalla compagnia Mladinsko Gledaliŝĉe di Lubiana (giovedì 22 nella chiesa di Santa Maria dei Battuti), e il denso, bellissimo Idiotas di Nekrosius (sabato 24 al teatro Nuovo Giovanni da Udine). Fra gli altri titoli da segnalare, Storia di Tönle, un monologo di Pino Petruzzelli dal racconto di Mario Rigoni Stern (sabato 17, Santa Maria dei Battuti), Thom Pain, un altro monologo di un autore americano, Will Eno, finalista al Premio Pulitzer 2005, diretto e interpretato da Elio Germano (martedì 20, chiesa di S. Francesco), e una "trilogia della memoria" del giovane gruppo romano Muta Imago, composta dagli spettacoli (a + b)³ , Lev e Madeleine (19, 21 e 23 al Teatro Verdi di Gorizia).

Comincia il secondo weekend del bel festival di Santarcangelo: fra le proposte da seguire, il giovane gruppo giapponese Fai Fai con My Name Is I Love You (17 e 18, Teatro Supercinema), il bravissimo regista-autore libanese Rabih Mroué con la moglie Lina Saneh in Photo-Romance, una riscrittura del film di Scola Una giornata particolare (16 e 17, Lavatoio), gli israeliani Public Movement con Also thus! (16 e 17, Piazza Marconi), Lucky Star dell'interessante Alessandro Sciarroni (16 e 17, Corderia), il monologo Laifi Snao di e con Filippo Timi (il 18 allo Sferisterio).

La rassegna Anomalie, organizzata a Roma dall'associazione Kollatino Underground, propone al parco di Aguzzano una settimana di eventi fra teatro e circo: spiccano, nel programma, l'attore-clown italo-svizzero Leo Bassi, che apre la rassegna lunedì 19 col suo spettacolo L'eretico, gli argentini Los Estramboticos, scatenata compagnia di buffoni-giocolieri, con l'acclamato Kataplun (martedì 20), il Cinico Circo, che raccoglie sedici artisti e gruppi circensi italiani e stranieri (giovedì 22) e i Racconti di Ascanio Celestini (venerdì 23).

Ai Teatri di Vita di Bologna, da giovedì 22 a domenica 25, l'attrice Francesca Ballico affronta Cara Medea di Antonio Tarantino, uno degli autori italiani più rappresentati di questi anni: si tratta di una scarna riscrittura contemporanea dell'antico mito, in cui Tarantino evoca - nel suo consueto pastiche linguistico - il destino di una donna che, fra guerre, stupri e campi di concentramento, attraversa la violenza della storia. Il monologo va in scena nello spazio estivo del Parco dei Pini.

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di renato palazzi

(13:37 - 16 lug 2010)


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filo scrive alle 22:20 - dom 25 lug 2010
Una cabina telefonica posizionata davanti a uno schermo bianco al centro del palcoscenico semibuio è il luogo in cui si dipana il filo interrotto di una conversazione. Sul rumore di una strada in sottofondo, da un fioco raggio di luce entra in penombra Medea, indossando un abito corto nero, i tacchi a spillo, la borsetta sulla spalla, con l’andatura di una spia in tempo della guerra fredda. Digita un numero e inizia a parlare in una lingua dell’Europa dell’est, con le spalle al pubblico e il primo piano del suo viso proiettato in video sullo schermo. Mette giù il telefono, si sposta verso il lato, si aggiusta il vestito e ritorna al ricevitore parlando un italiano risciacquato dalle megere caucasiche. Francesca Ballico, in un flusso impetuoso di parole lontane nel tempo che la voce carnale sembrava galoppare scuotendo il loro eco sulle doppie quinte laterali, agganciata al telefono della sua memoria emotiva, confessa a pezzi il dramma di una Medea che sviscera l’ assassinio dei suoi figli nella tragicommedia della vita coniugale. La sua sagoma felina agganciata al filo del telefono esprime l’ ira rammemorata e disturbata, alternando lingue balcaniche come il croato, l’albanese, il rumeno, affezionate a se stesse, a un italiano sghembo e alla lingua friulana, nel tentativo di riversare l’etica contenuta nel manuale d’amore della sua vita, lacerto di prestazioni sessuali. Il testo di Tarantino è il monologo di una madre assassina reclusa nella casa di lavoro a Venezia, deportata a causa degli eventi bellici nel campo di concentramento, ma arrivata l’ Armata Rossa non c’era più nessun sopravvissuto. I suoi occhi riesumati e ritmati dall’evanescente singolarità della sagoma felpata, cercavano tra gli abbagli della memoria le ragioni dell’aver ammazzato i figli, accusando il marito impiegato in un silurificio a Pola di averla tradita con un’altra Glauce. I periodi graffianti scambiano la donna straniera da soggetto a oggetto, delineando il carattere di una donna forte delle dinamiche interiori di cui è abitata, straniandosi, pur dopo le violenze subite, dal demone della passione, che l’ha portata, come nella colpa tragica della tragedia euripidea, a una dismisura; tra le sillabazioni di una sonorità tragica, il profilo dell’attrice gettava un’ombra sgraziata su quel Giasone accusato di opportunismo, e mascherato sarcasticamente da talento politico. L’attrice ha diretto il fraseggio venale di Tarantino con una perfezione sanguigna nelle pause, lasciando che il suo respiro sorseggiasse in quelle metafore poetiche che citano per esempio la repubblica artistica di Weimar nella dialettica compassionevole che fa dipendere l’amore dallo stato di democrazia o oligarchia sociale, per poi tornare ad accanirsi contro questo onnipresente Giasone, traditore su cui la Ballico imprime il peso delle rime che lo scannano come uno stonato. Confessando di aver dato fuoco ai bambini con la benzina, si rinchiude nel suo collo come un cigno nero, dondolando il ventre emarginato nella classicità o nell’attualità del feroce rapporto di coppia, sorpassando la moralità dell’eroina euripidea con un nichilismo mimico che la totalitaria civiltà delle relazioni prodotta dalla Grande Guerra macchia di un errore simile a un taccone nelle ruote di una bicicletta. Uno sguardo retrospettivo segnato da un sinuoso gioco registico delle luci, che non hanno mai oltrepassato il limite definito dall’ombra lunga di questa Cara Medea.


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