Un festival, per quanto possa essere piccolo, è tale se rivela una progettualità intelligente e colta. Una progettualità audace, magari ostinata - visti i tempi che corrono - però finalizzata a segnare una tappa culturale del proprio cammino. Il fatto che, nell'ambito di Civitanova Danza, si riesca - nonostante tutto - a realizzare l'idea di un cortometraggio ambientato in alcune delle più seducenti locations della regione marchigiana e ideato da un artista prezioso come Saburo Teshigawara appunta nel medagliere della storica rassegna nata "nel nome di Cecchetti" una delle onorificenze più alte e prestigiose. Se poi, nell'ambito del progetto (che ha visto la compagnia Karas risiedere a Civitanova per oltre tre settimane e che si avvale di uno staff capeggiato dal direttore della fotografia di Ingmar Bergman, Bengt Wanselius), Teshigawara con la sua incredibile partner Rihoko Sato e il giovane, energico e travolgente allievo Riichi Kami riserva al pubblico del Teatro Annibal Caro una particolare performance su intense e strutturate pagine pianistiche di Gyorgy Ligeti, allora il progetto ha ulteriori risonanze.
A Boy inside the Boy, titolo che allude al tema stesso del film di Teshigawara (ispirato su un suo ricordo giovanile: la "presa di coscienza" di esistere, avvenuta nell'artista a dieci anni: una sorta di esperienza iniziatica della vita, tra sogno e realtà) inanella una serie di soli nei quali i tre danzatori si muovono in maniera complementare. All'incredibile meccanicità, formale e graziosamente asettica di Rihoko, quasi una marionetta di Bunraku, fa da contraltare l'energia guizzante del giovane Riichi, vorticosa nella parte alta del corpo, scandita nelle gambe nervose.
È però il maestro che in un gioco di rifrazioni unisce le due "anime" del movimento in un'unità fremente e ricca di palpiti, che asseconda la struttura musicale del meditativo Ligeti e ne ritrae fisicamente i chiaroscuri, le sospensioni e le cadenze. Quasi una traccia drammaturgica si intuisce nell'alternarsi dei danzatori e dei loro interventi, funzionale, evidentemente al film (dalle quinte fa infatti qua e là capolino la cinepresa di Bengt). Cosa che accresce il fascino e solletica la curiosità di vedere, quanto prima, cosa l'Italia e le Marche hanno detto al cuore di Saburo.
di silvia poletti
(15:59 - 23 ago 2010)
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