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17:17 - venerd́ 10 febbraio 2012


In Ogliastra, sulle tracce di Jack London

Poco tempo fa ci capitò di ascoltare un primoassaggio del nuovo lavoro di Marco Paolini dentro, attorno, attraverso l'opera di Jack London. Era un racconto, Preparare un fuoco (To build a fire del 1902, nella bella traduzione di Davide Sapienza), reinventato com'è nello stile dell'attore e autore veneto, tratto dal grande repertorio dello scrittore di Zanna Bianca. Ed è bello, quasi un privilegio, scoprire come Paolini continui in questo viaggio nelle architetture verbali e narrative dell'americano.

Così, fatto il passo successivo, i racconti sono diventati tre: Paolini ha presentato due nuove tappe di questo percorso in un clima che ben si addiceva al gelo del Klondike, ambientazione prediletta da London. Una gelida e inattesa tramontana, infatti, sbatteva sulle montagne sarde dell'Ogliastra, nello spazio suggestivo della Stazione dell'Arte di Ulassai: ma il pubblico, coraggiosissimo, stretto in coperte di lana o sacchiapelo, ha retto lo sbalzo di temperature, e ha sfidato i dieci gradi stringendosi attorno al narratore, cerimoniere della serata, con grande affetto e attenzione.

Va detto che il pubblico del festival Ogliastra Teatro, organizzato con determinazione e entusiasmo dalla compagnia cagliaritana Cada Die, è davvero straordinario: si arrampica (letteralmente, in qualche caso) sulle aspre alture di questa bellissima provincia sarda, che aveva ispirato anche i disegnatori di Tex Willer, e segue con passione le proposte di una rassegna che ha infilato una serie di appuntamenti decisamente intriganti. Marco Paolini ha dunque presentato Uomini e Cani, filiera di racconti in cui Jack London si ritrovava - come dice il narratore nell'esilarante finale - sempre nel "ruolo del cane".

Cane che infligge disavventure ad una coppia sprovveduta di cercatori d'oro, come avviene in Macchia, al punto da rovinare la vita ai due uomini. Cane che si lega fino alla reciproca morte in un violento rapporto d'odio al suo padrone, come è in Batard, momento centrale e trascinante della trilogia narrativa. Oppure ancora, come è nella storia già ascoltata, Preparare un fuoco, cane che assiste perplesso alla fine per congelamento del suo padrone, vittima di troppi errori nella gestione del prezioso fuoco. Le storie, dunque, sono legate non solo da questo senso di lotta contro la natura ostile, ma anche da un sottile rimando interno fatto da legami affettivi atavici, come quelli stabiliti da secoli oramai tra la razza umana e i cani.

Ma l'aspetto prezioso del lavoro non risiede nelle avvincenti epopee di questa caccia all'oro nel gelo del Nord America, né, certamente, nella pur divertente e articolata dinamica cane/padrone. Il magma aguzzo e affascinante è proprio in quella che potremmo chiamare affabulazione, nello scavallamento narrativo tra prima e terza persona, nell'attraversamento ironico ma partecipe dell'opera di London, che non è - come Paolini sottolinea spesso - uno "scrittore per bambini".

La lingua, dunque, la precisione millimetrica del dettaglio, la ricostruzione di un mondo che è quello della speranza (a quell'epoca l'oro, oggi altro: dal gratta e vinci all'emigrazione...). Ecco cosa attacca in queste storie, cosa intriga: e se pure la fascinazione e la commozione sono dietro l'angolo, e le risate non mancano, quel che risplende è uno stile, una cifra poetica, una letteratura alta, in cui l'umanità viene declinata in tutte o quasi le sue passioni. E Paolini, da sublime giocoliere solista delle parole, sta firmando tappa dopo tappa un piccolo capolavoro.

di andrea porcheddu

(11:58 - 12 ago 2010)


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