Vale la pena, ogni estate, raggiungere i dolci colli di Radicondoli, bel borgo senese, da anni sede di un raffinato e vivace festival, cresciuto grazie al gusto inconfondibilmente intelligente di Nico Garrone, critico prematuramente scomparso e maestro di curiosità e intuizione. Grazie alla infaticabile azione di Anna Giannelli, anima organizzativa della manifestazione, il Festival ha superato l'inevitabile sbandamento del lutto: ora ne ha giustamente assunto le redini Gabriele Rizza, critico fiorentino del «Manifesto», guascone e disincantato al punto da poter degnamente succedere a uno spirito irriverente come era il grande Nico, di cui pure era sodale.
Dunque, con la stessa forza di attenzione alla vivacità toscana, e con intriganti aperture al nuovo, il Festival di Radicondoli regala giornate zeppe di appuntamenti. Così, nella giornata in cui siamo capitati, abbiamo avuto il piacere di intercettare scritture graffianti, intense, segnali di creatività espansa e trasversale, cifre compositive incisive e coinvolgenti. A partire dallo studio che Lucia Calamaro, senza dubbio drammaturga dal tratto tra i più interessanti della scena contemporanea, ha presentato nello spazio insolito di una centrale Enel catapultata in mezzo ai boschi. Primo studio per l'origine del mondo è un piccolo ritratto, un quadro di famiglia in un interno con inserto di psicanalista. Scrittura nevrotica, nervosa, che procede per fughe trasversali, per accenni di frasi, per nondetto che si accumula in impervie e aguzze micro autoanalisi: il tutto implacabile quanto una rasoiata. Una madre, ansiosa, davanti a un frigorifero, cerca qualcosa da mangiare. Nulla la soddisfa, pensa, prova, assaggia, borbotta, commenta, poi la di lei figlia, in un conflitto latente che solo un improbabile e perennemente sorridente psicoanalista tenta di smussare. Una schermaglia continua, sottile, evanescente ma incombente, un confronto sistematico nella cupa violenza del non-detto. E sono bravissime Daria De Florian nel ruolo della svampita e onnipresente madre-origine, e Federica Santoro, figlia sull'orlo del tracollo nei candidi abitucci, che si trasforma con una smorfia grottesca nel suadente analista.
Poi, spostati nella piazza del paese, è la volta di Ambra Senatore, astro ormai nato della nuova danza italiana. Compositrice originale e interprete affascinante, la Senatore presenta Passo, lavoro senza dubbio coraggioso: non foss'altro perché coinvolge oltre a sé, ben cinque danzatori, piccolo miracolo in questi tempi di magra. E tra questi vale la pena citare almeno la sempre impeccabile Caterina Bianco e il surreale Matteo Ceccarelli. Lavoro, poi, di grande intelligenza, giocato con ironia mai banale né volgare su temi come il doppio, il frammento poetico, l'uso straniato di oggetti (a partire dalle parrucche): una "conversazione continuamente interrotta" che chiama in causa il coraggio individuale, la dialettica, la struttura stessa del fare danza. Coreograficamente, il lavoro si avvale di un alternarsi continuo di assolo, passi a due, parti affidate al gruppo o di smontaggi e dislocazioni spaziali che invadono al meglio tutto lo spazio scenico.
Al culmine della serata, nel teatrino da poco restaurato, arriva infine l'asfissiante monologo di Egumteatro e Gogmagog, con la scrittura di Virginio Liberti, anche regista, e l'interpretazione vibrante di Tommaso Taddei. Quanto mi piace uccidere, il cui sottotitolo è Storia di un politico toscano è un comizio, il discorso appunto di un politico, inizialmente paterno e convincente: uomo che si è fatto da sé, come si dice, ottimo imprenditore e integerrimo amministratore. Ma il comizio scivola in un racconto-confessione che assume toni sempre più agghiaccianti. Come in un brano della Jelineck dedicato a Heider, qui il politico imbonitore svela un passato criminale, morbosamente violento, crudelmente macabro. Taddei, con quel volto inquietante da bravo ragazzo che nasconde cadaveri in giardino, è ottimo nel far schiumare la virulenta visione del mondo di quest'uomo, sempre meno politico e sempre più mostro. Si resta attaccati alle sedie per tre quarti d'ora, con un senso crescente di fastidio che culmina nel resoconto dettagliato di particolari scabrosi e decisamente splatter. E la scrittura di Liberti funziona proprio nel momento in cui si sottrae ai possibili riferimenti alla politica nostrana e si lancia nel delirio onirico e grottesco, violento e truculento, in una vertigine che travolge tutto e tutti. Il lavoro tiene egregiamente, e riscatta prove precedenti meno convincenti nate in passato dall'incontro delle due compagnie.
Sicuramente, Nico Garrone si sarebbe divertito di una giornata così.
di andrea porcheddu
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