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07:14 - giovedì 17 maggio 2012


Un teatro nuovo per davvero. A Napoli

Servirebbero tre o quattro articoli per parlare del Teatro Nuovo di Napoli, per raccontare il bel progetto di sei spettacoli raccolti sotto il titolo Teatro Anatomico presentati tutti assieme - in una maratona di circa nove ore - dopo una settimana di repliche "singole". Servirebbe una riflessione ampia, serena, articolata. Perché poi si dovrebbe parlare anche di Napoli, città culturalmente sotto assedio, stretta tra il baratro del fallimento e la tensione di un radicale cambio della guardia. Segnali inquietanti attraversano il capoluogo campano: modi dispotici e crisi economiche non aiutano a trovare soluzioni che possano garantire una continuità d'azione e di qualità.

Proveremo, però, a spezzare il nostro racconto almeno in due parti: qui per dar di conto del progetto globale del Teatro Nuovo, dell'operazione voluta dal direttore Antonio Latella; poi, ragioneremo degli spettacoli.

Teatro Anatomico è una sorta di concrezione spettacolare di un'idea che ha caratterizzato la stagione del Nuovo sin dall'arrivo, nei panni di direttore artistico, di Latella: creare un luogo dove far incontrare sei giovani (e bravi) attori con altrettanti autori e registi. Insomma, cercare un rinnovamento - nei fatti - per quel che riguarda interpretazione, drammaturgia e allestimento. La prima, significativa, avvisaglia del nuovo corso la si ebbe al Napoli teatro Festival, con lo scintillante Auguri e figli maschi, opera-monstre in sei capitoli firmata dallo stesso Latella (recensione).

Qui il discorso si è fatto più articolato. Il direttore, infatti, ha dato due vincoli: lo spazio, una specie di teatro anatomico, appunto, costituito da due gradinate speculari per il pubblico e una sorta di corridoio largotto, in mezzo, come spazio dell'azione. Secondo vincolo, o meglio filo conduttore, l'analisi e il racconto di esemplarità umane. Gli autori, infatti - se ho capito bene - sono stati chiamati a scrivere novità che toccassero miti, leggende, persone in carne e ossa che hanno fatto la storia. Ecco allora, susseguirsi in scena La fame su Simone Weil; Misfit like a clown da "Opinioni di un Clown" di Böll; Rosa Lux sulla Luxemburg; Il velo, sulla suorina che nel 1500 cucì la sacra sindone; e ancora Prometeo e Giuda. Proprio in questo afflato di scandaglio analitico dell'umano pare sia il nodo che Latella vuole investigare: porre al centro della scena l'Uomo, con le sue contraddizioni e fragilità, con le sue ambizioni e i suoi fallimenti.

E il laboratorio d'analisi è quello stretto spazio scenico, quell'angusto corridoio dove i sei interpreti si sottopongono alla vivisezione dei sentimenti, delle parole, degli sguardi. Non c'è reticenza, non c'è omertà: forse timori, paure, ma tutto, in questo Teatro Anatomico, viene mostrato. Allora, al di là delle poetiche - pure fondamentali - emerge l'altro dato fondante di questo progetto: quello artistico-organizzativo. Lo sforzo davvero sorprendete (e di questi tempi rivoluzionario) del Nuovo è encomiabile. Con pochi soldi, purtroppo, ma con la forza delle idee e la generosità di un intero gruppo, al Nuovo sta accadendo qualcosa. È l'idea di un teatro pubblico come potrebbe, o dovrebbe essere. Scritture originali, intanto: profondamente radicate nel nostro tempo e nei nostri linguaggi, eppure attente al mito e all'archetipo; testi coraggiosi, di qualità, ricchi di rimandi e suggestioni. Poi la fiducia accordata a registi giovani e dinamici, diversi, che si alternano sullo (e con lo) stesso gruppo di attori; registi che - partendo da situazioni date - hanno la possibilità di lavorare concretamente, di misurarsi con le proprie idee e prospettive: Linda Dalisi, Paula Diogo, Tommaso Tuzzoli, Mk, Pierpaolo Sepe (che sembra quasi un veterano!). E poi gli attori, i maratoneti, questi "atleti del cuore" generosissimi e di indubbie doti interpretative. Sono sei, sembrano mille: Valentina Vacca, Daniele Fior, Caterina Carpio, Candida Nieri, Massimiliano Loizzi, Giovanni Franzoni.

Degli spettacoli si dirà: quel che preme, ora, è sottolineare che un simile percorso artistico-organizzativo - tante volte auspicato, vaneggiato, proclamato anche in teatri maggiori: una compagnia stabile è l'eterno grido di guerra di tanti Stabili - sarebbe davvero da premio, da assurgere a modello, da difendere a spada tratta. Anche perché funziona con il pubblico. Le scelte radicali di Latella sono state accolte con entusiasmo: forse un calo nel numero di abbonamenti, ma trascurabile a fronte delle incoraggianti risposte in termini di sbigliettamento. Anche per la maratona la risposta è stata sorprendente: bello vedere, alle 12 di una domenica mattina, tanta gente affollare la via Montecalvario, ai quartieri spagnoli. Esiste, insomma, un teatro vivo. Ce ne sono in Italia.

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di andrea porcheddu

(12:53 - 20 gen 2011)


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