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07:15 - giovedì 17 maggio 2012


Fare teatro a Teheran

Raccontare dodici giorni passati a Teheran, come giurato dell'imponente Fadjr International Festival, è complicato. Complicato perché negli stessi giorni la città è stata scossa da violente manifestazioni, da cortei e repressioni che hanno caratterizzato un clima di per sé molto teso. Complicato perché la città confonde, nasconde, rimuove in fretta, e la vita sembra andare avanti indifferente: bisognerebbe parlare di tutto questo, delle mille sfaccettature di questa megalopoli da 15 milioni di abitanti dove, mentre a sud, a 1000 metri di quota, splende un bel sole, a Nord, nei quartieri più ricchi, a quota 1700 metri nevica; dove il traffico implacabile e caotico non dà tregua; dove i bazaar sono sempre affollati.

Bisognerebbe raccontare del clima di isolamento forzato. I controlli sono feroci: saltano spesso le linee telefoniche, internet viene sistematicamente oscurato, Facebook o Skype quasi non esistono. Li chiamano ironicamente i "miracoli": un momento il telefono riceve, il momento dopo tace inesorabile. Qui la rivolta non è "2.0", quel che si sa è sempre frammentario, frutto del passaparola, di poche circostanziate chiamate tra amici fidati. In questa ambigua e continua rappresentazione, tra ciò che appare e ciò che realmente è, risulta piuttosto difficile decifrare le dinamiche, le dimensioni, le contraddizioni di un mondo che esprime comunque una cultura altissima e una passione sincera per il teatro.

Il Festival Fadjr ha registrato, sempre, uno straordinario tutto esaurito: ed era bellissimo vedere le sale stracolme di giovani assetati di arte; era divertente dover aspettare ogni volta almeno mezz'ora in attesa che gli organizzatori sistemassero 4 o 5 file di cuscini in terra per tutti quelli che volevano assistere agli spettacoli; era commovente l'energia che si avvertiva in platea. Giunto alla ventinovesima edizione, il Fadjr International Festival è un appuntamento molto atteso: unica occasione, per molti artisti iraniani, di presentare il proprio lavoro a pubblico, critica e operatori internazionali. È un contenitore di proposte diverse, diviso in numerose sezioni, articolato in oltre 20 sale sparse in tutta la città. E grande successo ha riscosso, diciamolo subito, la "delegazione" italiana invitata alla manifestazione: premio alla migliore regia per Claudia Sorace, della compagnia Muta Imago, presente al festival con Lev e (a+b)3; premio alle migliori musiche a Koreja Teatro, per l'intenso La passione delle Troiane.

La "competizione" ha visto poi riconoscimento per il tedesco Pandora 88, divertente e commovente coreografia claustrofobica per due "carcerati" chiusi in cella; e premi per i numerosi iraniani che partecipavano alla gara. Da segnalare, in particolare, il premio speciale della giuria al giovane regista Reza Servati, che ha presentato Strange Creatures: una sorta di cabaret espressionista, molto grottesco e comico, sulla conquista del potere. Una coreografia per attori che, pur rinunciando all'elemento verbale, mantiene una pregnante verve comunicativa e narrativa. Notevole anche la regia e la scrittura del 27enne Homayoun Ghanizadeh (un nome da segnare) che, lavorando con uno straordinario gruppo di attori Estoni, ha ribaltato l'Antigone di Sofocle in una variante gotica, dove si muove una sorta di famiglia Addams alle prese con malattie mentali, ansie di fuga, mosche invadenti, razionamento d'acqua, violenze reciproche, sogni infranti e identità rarefatte. La cosa interessante è che Antigone colpisce ancora: la censura di governo ha chiesto al regista di "modificare" alcune parti dello spettacolo, di tagliare alcune parole troppo osée...

Il teatro iraniano, così come espresso dal Festival diretto da Mohammad Heydari, si impone per la grande vivacità e per alcune palesi contraddizioni. A fronte di una robusta scuola d'attori - davvero notevoli gli interpreti - la regia sembra ancora generalmente in affanno, assestata su stilemi legati al teatro dell'assurdo. Ma l'esigenza diffusa, generale, facilmente riscontrabile, è quella di "dire", di "parlare", di raccontare a persone che possano recepire chiaramente i messaggi. La scena di Teheran è invasa di parole, di storie, di denunce. L'afflato politico-sociale si dipana per metafore fin troppo evidenti, in narrazioni che alludono e traslano la realtà in contesti più accettabili. Così, ad esempio, torna in auge Lorca, con quel clima da oscurantismo evidente (come ne La casa di Bernarda Alba, in una versione per teatro di figura diretto da Zaha Sabri) e con le tensioni di Yerma riadattato, con una scrittura intensa e calzante, dal 31enne Reza Gouran, per uno spettacolo uscito vincitore del premio al miglior testo.

La sensazione diffusa che si percepisce, dunque, è quella di un teatro che si stia ancora "rodando", che stia scaldando i motori in attesa di poter esplodere nel mondo: una scena fatta da giovanissimi, che sapranno raccontare ovunque, liberamente, la propria passione.

di andrea porcheddu

(16:17 - 24 feb 2011)


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