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07:20 - giovedì 17 maggio 2012


Ciao Franco, padre Ubu

Con Franco Quadri se n'è andato uno degli uomini più potenti del teatro italiano dei nostri anni. Per certi aspetti, anzi, si può dire che Franco sia stato l'ultimo critico, in Italia, dotato di un vero potere. Era un potere che non si esercitava nello spostare i gusti di migliaia di spettatori: quello, nessun critico riuscirebbe più a farlo, da tempo. Ma i suoi giudizi pesavano ad altri livelli: informato com'era, sempre pronto a passare da un treno a un aereo, a girare l'Europa in lungo e in largo per cogliervi tendenze e orientamenti, nuovi talenti, nuovi autori, i suoi pareri influivano sulle scelte produttive più di quanto non facessero le sue recensioni.

È stato un grande critico, Franco Quadri? Probabilmente sì, almeno per tutto quel periodo della sua vita in cui la critica gli è servita per mettere a fuoco le proprie scelte di campo, per diventare il testimone e il fiancheggiatore - soprattutto all'epoca di Panorama - di un paio di generazioni di artisti della nostra scena di ricerca. Poi, da un certo punto in poi, si ha come la sensazione che i panni del critico gli siano andati stretti, che alla vena analitica abbia anteposto, più o meno consapevolmente, altre urgenze: che, insomma, l'articolo di giornale sia diventato un mero strumento per sostenere dei diversi tipi di intervento.

Basta scorrere, anche velocemente, il suo curriculum per rendersene conto: alla voce collaborazioni giornalistiche figurano l'esperienza, fra il '62 e il '69, da caporedattore di Sipario, poi a lungo Panorama e a lungo la Repubblica, con un percorso coerente e approfondito ma scarno, senza ulteriori scarti o deviazioni. Niente a che fare, insomma, con lo sterminato elenco di iniziative e manifestazioni da lui promosse, i festival che ha diretto o fatto nascere, le attività editoriali, i premi, i convegni, le associazioni, e i prestigiosi corsi internazionali dell'Ecole des Maîtres, che ha creato e guidato con passione.

Il terreno in cui Franco ha soprattutto impreso la sua impronta, al di là della fatale aleatorietà di un'opinione critica, sono le collane della Ubulibri, in cui ha pubblicato i testi di Thomas Bernhard, di Heiner Müller, di Koltès, di Copi, di Tarantino, e gli scritti teorici di Kantor, di Barba o di tanti nuovi gruppi italiani di ieri e di oggi. Sono i trentadue numeri del Patalogo, l'annuario che raccoglie spettacoli ed eventi della stagione, e rappresenta un formidabile archivio della memoria, oltre che un prezioso spazio di elaborazione teorica. E i premi Ubu, molto più che dei semplici riconoscimenti, una festa e un importante momento di bilancio.

Certo, poi si è trovato inevitabilmente a recensire gli autori che pubblicava, o a premiare gli attori che li rappresentavano, in un groviglio inestricabile di ruoli. Si può essere editori, ideatori di progetti e al tempo stesso osservatori non diciamo oggettivi, ma quanto meno dotati di uno sguardo "esterno"? Probabilmente no. E infatti lui non è stato esente da contraddizioni. Personalmente credo però che agisse in buona fede: sosteneva, in tutte le forme, le cose in cui credeva, con fedeltà a se stesso e in fondo con generosità, anche a prezzo di qualche forzatura. È stato un uomo di parte, ma questo ha costituito una qualità, più che un limite.

Al suo lavoro, al mondo che amava ha dato tutto senza risparmiarsi, ed è ora doveroso rendergliene atto: nel delirio della malattia, non faceva che parlare di partenze per Napoli o voli per Vienna: fino all'ultimo ha pensato soltanto ad andare a teatro.

di renato palazzi

(18:15 - 28 mar 2011)


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