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07:22 - giovedì 17 maggio 2012


Largo agli anarco-dadaisti

Ha fatto bene Paolo Puppa, storico del teatro e drammaturgo, con la complicità di Fondazione Venezia, a dedicare un'intera rassegna ai "monologanti". Un affondo, dal titolo Parole in forma scenica, che chiama in laguna la generazione di performer - un critico li ha definiti tempo fa cabarettisti anarco-dadaisti - che si schiantano da soli sul proscenio e si confrontano senza mezzi termini con il pubblico. Un cabaret non garantito, per questi "attori comici del Nuovo secolo" che sono autori, interpreti, stralunati divagatori e inventori di situazioni al limite tra comico e tragico, tra farsaccia e poesia, tra autobiografia e lirismo assoluto.

Allora Paolo Puppa ha messo in fila alcuni (purtroppo non tutti, ma lo spaccato è assolutamente indicativo: da Cosentino a Timpano, da Corradino a Ventriglia e Berardi) dei protagonisti di quel fenomeno di "nuovi solisti" del teatro italiano che ha avuto il viatico dai "narratori" e poi si è dipanato in mille e diversi rivoli. Ed è interessante cogliere questo fenomeno, che non si è mai fatto "movimento", nell'istante del suo ineluttabile tramonto, laddove ulteriori e diverse spinte arrivano e si consolidano in compagnie, gruppi, che ritrovano nella dimensione articolata la loro forza. Eppure gli anarco-dadaisti insistono e persistono, ed anzi fanno nuovi adepti, affinando stili e sensibilità.

Puppa spinge anche per una lettura "regionale", identificando in una matrice territoriale (anche fortemente linguistica) alcune caratteristiche, un minimo comune multiplo che può dipanarsi in forme diverse o addirittura alternative. È il caso dei due artisti che hanno aperto la rassegna: Oscar De Summa e Roberto Corradino. Sono conterranei (pugliesi) e quasi coetanei ma, se pure partono da suggestioni condivise, arrivano a territori completamente diversi. Prendiamo il caso di Oscar De Summa. Autore e attore, conosciuto anche grazie alle sue interpretazioni con Massimiliano Civica, presenta il suo Diario di provincia: spettacolo molto rodato, portato in scena in contesti non convenzionali (dalle pizzerie ai pub bolognesi), il lavoro è un racconto di formazione, il percorso verso la consapevolezza di un adolescente di Erchie, Puglia, paradossalmente definito con insistenza "Comune d'Europa". In realtà si tratta di uno dei tanti paesini dimenticati da Dio e dagli Uomini della italica provincia, dove si aggira una fauna fortemente connotata: il giovane Oscar ne fa esperienza e la racconta, senza reticenze. Lo spettacolo è dunque un affresco, corale, una osservazione incantata di un mondo che ha regole e tempi, protagonisti e comparse. De Summa, solo in scena e nerovestito, si presta a dar voce e corpo agli abitanti di un'epoca mitica, forse di un Puglia mitica, vista dagli occhi incantati di un bambino, e destinata a sparire. Lo spettacolo ha una struttura semplice, lineare, veloce: un monologo a più voci, fatto di ritratti, episodi minimi, atmosfere. Ma il lavoro stenta forse troppo a decollare, suona farraginoso, a tratti addirittura prevedibile in caratterizzazioni che rasentano lo stereotipo. Poi, però, sboccia nella "apparizione del punk a Erchie": un episodio esilarante ai limiti del surreale, che denuncia fragorosamente lo scontro generazionale, anticipando al tempo stesso il tragico epilogo del racconto, di una rivolta che si conclude nell'abbandono della propria terra. Empatia sentimentale e mimesi evocativa su stilemi narrativi consolidati, Diario di provincia scivola gradevolmente, con qualche ammiccamento di troppo.

Di Roberto Corradino avevamo un ricordo non gratificante: agli esordi della sua carriera non avevamo colto i prodromi di quella personalità mostrata ora, sempre con fiera consapevolezza, anche in un lavoro di un paio d'anni fa, e già superato, come Conferenza-Riccardo II. La forma, il packaging, è proprio quello di una pseudo-conferenza: le luci sparate in sala, Corradino stesso accoglie il pubblico, presenta, contestualizza, cerca ogni singolo spettatore spingendolo ad una partecipazione non garantita, inquietante. Non ci si nasconde, non si capisce dove andrà a parare quel tipo là, con una camicia nera troppo attillata. Gioca, scherza con Shakespeare, da cui estrae il nocciolo drammatico, la situazione o, vorrei dire, la metateatralità possibile. Poi evoca Riccardo, o quel che resta del personaggio: presta una vocina stridula e profonda, scricchiolante su "erre" sempre molto caduche, e vaneggia. La conferenza dell'ormai ex-Re Riccardo è uno sproloquio evanescente, un ragionamento sul filo dell'arte e della filosofia, sull'essenza e sull'apparenza. Un delirio tra vita e morte. È estenuante, inutile, stirato e stiracchiato, noioso: lui, l'attore, lo sa. Ma insiste. Non se ne può più di quel relatore regale che sembra perdersi continuamente per non dire nulla. Che succede? Chiama in aiuto uno spettatore, ma la situazione quasi peggiora. È la crisi, è la perdita totale. È il fallimento. Ecco: questo Riccardo è un canto al fallimento privato e pubblico. Conclamato, denunciato, accettato. La via di fuga, la possibilità è solo nelle parole: quel che resta sono le parole per procrastinare, rinviare, rimandare la fine che c'è già. Ma la metafora si amplia ulteriormente: retoricamente, Riccardo muore. Lo vediamo sdraiato su un catafalco, una luce d'effetto taglia su di lui. Poi l'attore torna in sé e - per citare un grande lavoro dell'avanguardia italiana - passa all'autodiffamazione, attestando l'impossibilità dello spettacolo, ridotto a quella fine pessima, posticcia, raffazzonata, peggiorata da musiche fuoritempo. Il fallimento di uno spettacolo che parla di fallimento. Con un guizzo d'istrione, ferocemente e crudelmente compiaciuto, Roberto Corradino si mette ancora in gioco, nei ricordi e nell'identità, in una sarcastica parodia dell'attore in crisi, che ha il sapore tragico di una danza di morte.

di andrea porcheddu

(15:47 - 16 mar 2011)


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