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07:27 - giovedì 17 maggio 2012


Come dite voi "teatro" a New York?

Mentre in Europa si parla sempre di crisi del teatro siamo andati a fare un sopralluogo fra New York City e Washington D.C., per vedere come vanno le cose Oltreoceano. Inutile, secondo Georges Banu, presidente onorario dell'Associazione Internazionale dei Critici di Teatro: "Negli Stati Uniti il teatro non esiste". Certo, non esiste un teatro sovvenzionato, praticamente il solo teatro conosciuto nel Vecchio Continente, ma fiorisce un circuito interamente finanziato da privati, e pertanto sprezzantemente liquidato per commerciale. Ecco allora che per vedere uno spettacolo di prosa non è strano pagare un biglietto da cento dollari, e trovare un posto resta spesso un'impresa. Mentre registi e attori lamentano lo strapotere degli sponsor, che entrano nel merito delle loro scelte artistiche, a noi pare un miracolo che ci siano privati disposti a investire centinaia di migliaia di dollari in questo settore.

Trenta milioni di euro è il sostegno con cui la Mercedes ha scelto di aiutare il Metropolitan Opera Theatre di New York, mentre la signora Ann Ziff ha da poco staccato un assegno da 15 milioni per aiutare il teatro. Ma non è solo per filantropia se la lista dei benefattori del Met prende oltre venti pagine in tutti i programmi di sala: le donazioni sono detraibili dal fisco. In compenso lo Stato non versa un dollaro alla struttura. Alla Scala, invece, le Istituzioni contribuiscono al 40% del budget, con un finanziamento che si aggira sui 30 milioni di euro, ma le aziende danno al massimo cinque milioni per tre anni, e di privati ce ne sono pochissimi. Sistemi diversi, che forse potrebbero contaminarsi un po'. Perché non incoraggiare da noi le donazioni dei privati?

Ma il mondo dell'opera, si sa, viaggia sempre su altri sistemi. Per la prosa, come tutti sanno, a New York comanda Broadway, l'amato/odiato fenomeno che porta varie aziende a investire nello show biz. E più spettatori ci sono, migliore sarà il rendimento del capitale. Di qui nascono le continue divergenze fra finanziatori e artisti: gli uni attenti comprensibilmente al portafoglio (ma come dargli torto, visto che pagano loro?), gli altri delusi di non potersi dedicare all'arte pura. E così accade spesso che i registi abbandonino Broadway per passare ai circuiti off o off off, in cerca di maggiore autonomia. Ovviamente trionfa il Musical, capace di attrarre immense onde di pubblico da tutto il globo con titoli di forte richiamo - adesso spiccano The Lion King e Spider Man. Non mancano però ottime produzioni di classici, come un'acclamata The importance of being Ernest che da mesi sta sbancando all'American Airlines Theatre (in cartellone fino a luglio). Uno spettacolo davvero esilarante, grazie alla scoppiettante regia di Brian Bedford che interpreta en travesti Lady Bracknell; al suo fianco l'ottimo Santino Fontana nelle vesti di un simpatico e attraente Algernon. Non si rischia sulla scenografia: una ricostruzione un po' pedante dell'estetica ottocentesca.

E mentre l'Harry Potter Daniel Radcliffe ha appena debuttato all'Hirschfeld Theatre in How to Succeed in Businness, la storia dell'incredibile carriera di un lavavetri, un altro dei protagonisti del colossal, Alan Rickman, ha da poco portato in scena fuori da Broadway una toccante lettura del John Gabriel Borkman di Ibsen. Una grande prova d'attore, andata in scena alla Brooklyn Academy of Music, con protagonisti del calibro di Lindsay Duncan, Fiona Shaw (anch'essa ormai nota anche per la sua zia Petunia di Harry Potter) e James Macdonald, che firmava anche la regia. Lo scenografo Tom Pye ha riempito il palco di mucchi di neve, di grande impatto visivo, assai simili a quelli che in quei giorni riempivano la città, in preda a una delle più grandi tormente (dicono sempre così) degli ultimi anni.
(1.continua venerdì 8 aprile)

www.gherardovitalirosati.it

di gherardo vitali rosati

(17:23 - 06 apr 2011)


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