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07:29 - giovedì 17 maggio 2012


Un sipario sempre aperto

Fra i teatri nati per contrapporre lo strapotere di Broadway spicca ovviamente lo storico La Mama, fondato negli anni Settanta da Ellen Stewart, recentemente scomparsa. Lì abbiamo visto Camp Wanatachi, un piccolo musical diretto da Matt Cowart, divertente e ben fatto. Ma quel che colpisce è la storia, ambientata in un campo estivo religioso, dove le ragazze sono invitate a impegnarsi a non avere rapporti sessuali fino al matrimonio. Perché gli americani, si sa, hanno scritto su ogni moneta "In God we trust" e da loro con la religione non si scherza. Ecco allora che nel teatro sperimentale di New York passa per sovversiva la ragazzina che in mezzo a quel gruppo di esaltati prende la rivoluzionaria decisione di fare sesso, e per di più con una donna! Delle ceneri del '68 c'è rimasto ben poco.

A riportare in auge il libertinismo europeo ci pensa Jan Fabre, che ha deciso di shoccare i benpensanti d'Oltremare con un Prometheus-Landscape II. Questa prima mondiale, coprodotta dal prestigioso Théâtre de la Ville di Parigi, debutta curiosamente nel piccolissimo teatro universitario di Montclair: a un'ora di regionale dalla Grande Mela. Lì, l'artista belga sembra scordarsi del dramma antico per cedere il posto a una serie interminabile di accoppiamenti. Peccato, perché nella scenografia e nelle luci c'erano tutti gli elementi del genio belga: a partire da un uomo incatenato, sospeso al centro del palco, davanti alla immensa proiezione del sole.

Anche a Washington D.C. il panorama teatrale è in continuo movimento: pare che la capitale sia la seconda città degli Usa per numero di teatri. E così, è stato completamente rifatto l'Arena Theatre: un edificio ultramoderno, tutto a vetri, ha ricoperto l'antica sede, espandendola notevolmente. Lì abbiamo visto Le mille e una notte (Arabian Nights) nella versione cult diretta da Mary Zimmerman, che da quasi vent'anni trionfa attraverso l'America. Le principali storie del ciclo sono incastrate con dinamismo e portate in scena da un cast giovane (non più quello originario) e affiatato, sempre accompagnate da un'incalzante musica dal vivo. Lo Studio Theatre fondato da Joy Zinoman è invece appena passato, con una galanteria impensabile in Italia, al giovane David Muse. Trentacinque anni, si trova a gestire una struttura con tre sale, vari spettacoli in produzione, nonché una scuola di teatro fra le più note della capitale. Alla Shakespeare Theatre Company andava intanto in scena l'ottimo Black Watch del National Theatre of Scotland, che racconta la guerra in Iraq attraverso interviste con i soldati rimpatriati. Un lavoro di forte impatto, grazie alle belle coreografie, sempre costruite a partire da tradizionali marce militari scozzesi.

Il sistema teatrale americano, insomma, pare tutt'altro che morto. Certo che i problemi sono evidenti, e qui non si è citato il potentissimo sistema delle Unions che blinda l'accesso degli artisti negli show di Broadway: non lavori se non sei iscritto, non ti iscrivi se non lavori. Ma il sistema dei finanziamenti e la costante attenzione al pubblico non sono certo da disprezzare, quando da noi spettacoli finanziati dalle istituzioni vanno troppo spesso in sala davanti a platee deserte. Perché non copiare quel che funziona?
(2. fine. Leggi la prima puntata)

www.gherardovitalirosati.it

di gherardo vitali rosati

(12:33 - 08 apr 2011)


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