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07:33 - giovedì 17 maggio 2012


Franco Quadri critico: teatro premier amour

Pubblichiamo il lucido e insieme commosso ricordo del critico scomparso lo scorso 26 marzo, scritto dalla nostra collaboratrice in occasione della serata organizzata a Parigi in suo ricordo dal Theatre de la Ville con l' Istituto Italiano di Cultura. Assieme a Maria Grazia Gregori, molte altre donne e uomini di teatro non sono voluti mancare all'appuntamento con il ricordo di una fra le personalità più importanti per il teatro italiano del secondo dopoguerra, fondatore della casa editrice Ubulibri e del premio Ubu, nonché animatore del progetto Ecole des Maîtres.

Un giorno, facendomi vedere e leggere qua e là dei piccoli, ordinatissimi quaderni riempiti con la sua scrittura chiara - le sue riflessioni di ragazzo sul teatro italiano degli anni Cinquanta di cui era spettatore appassionato - Franco mi disse che il teatro in fondo era stato per lui il premier amour. Disse proprio così, in francese, citando il titolo di un testo di Beckett che aveva fra l'altro tradotto. E allora proprio in nome di questo premier amour Franco, che critico era, come combatteva la sua battaglia per il teatro, dentro il teatro, contro un certo teatro, per il progetto di un teatro? Scrivendo di lui subito dopo la sua morte ho detto che Franco era il teatro tutto intero: dunque un critico che non si accontentava dell'articolo, del giudizio. Lo spettacolo per lui era certamente quello che vedeva e che analizzava con un'oggettività disarmante ma gli importava anche quello che c'era dietro le quinte, quello che c'era prima: il progetto, l'idea, la spinta intellettuale. E il linguaggio per dirlo.

Lui il suo linguaggio lo aveva scoperto non tanto quando era caporedattore di Sipario, quanto al tempo della sua militanza critica per il settimanale Panorama. Anzi se lo inventò: le sue recensioni non lasciavano spazio ai narcisismi, ai racconti dilaganti che allora andavano di moda. Nello spazio di cui disponeva, massimo 40/45 righe, il suo giudizio era secco, preciso, senza giri di parole. La scelta quasi ossessiva dell'oggettività nasceva, credo, da lì. Ma c'era anche la voglia di farla finita con la recensione-racconto, la recensione ancien regime in favore di un modo di raccontare il teatro che nascesse da quanto avveniva sul palcoscenico. Con questa precisa scelta di campo Franco si scelse anche il suo teatro, quello in cui si riconosceva. Certo si era battuto in favore del teatro di regia contro il teatro dell'attore tuttofare che in Italia ahimè sembra ritornare. Ma in quei meravigliosi, ribelli anni Sessanta e Settanta si è, soprattutto, battuto in favore del teatro di ricerca italiano di Luca, di Carmelo, di Leo, prendendo posizione, rischiando moltissimo a cominciare dal proprio denaro (le tournée in Italia del Living, di Barba, dell'Open Theatre), accompagnando, analizzando il lavoro di almeno due generazioni di giovani gruppi, dai Magazzini alla Gaia Scienza, da Mario Martone a Fanny Alexander.

Gli ultimi anni del suo lavoro di critico sono stati segnati dall'appartenenza a un giornale radicale d'opinione come la Repubblica dove giunse chiamato da Eugenio Scalfari. Lì all'inizio, lo spazio era notevole, la critica era ascoltata. Con il cambiamento quasi generale della generazione di direttori dei grandi e piccoli giornali, gente che sembra nutrire un certo fastidio per la cultura in generale e per il teatro in particolare, un critico rigoroso ma anche spericolato e ribelle come Franco non poteva essere d'accordo anche per via del progressivo impoverirsi dello spazio. Ma questo non gli impedì anzi lo spronò a essere presente un po' ovunque, dove ci fosse l'ipotesi di una sorpresa, la necessità di difendere una situazione ancora fragile. Era Franco Quadri, il maggiore critico della sua generazione, ma questo non gli impediva una disponibilità totale che a molti di noi è parsa perfino eccessiva. Negli ultimi tempi la sua non era solo la critica dello sguardo, della visione ma anche dell'ascolto, del confronto. Un atteggiamento quasi paterno che è stata la spina dorsale del suo straordinario progetto Ecole des Maîtres, scuola di perfezionamento per attori e registi europei che mi auguro continui con persone in grado di guidarla.

Compagno di strada si diceva ma anche scopritore e sostenitore di talenti, in grado di riconoscere il senso, lo stimolo, la novità del teatro, su qualsiasi ribalta, in qualsiasi paese perché per lui quattro assi e una passione o un palcoscenico supertecnologico avevano la stessa dignità, lo stesso diritto d'ascolto. È stato fra i primi se non il primo a raccontare del fulgore del teatro di Luca Ronconi, di Bob Wilson, di Pina Bausch, di Patrice Chéreau, di Peter Stein e di Klaus Grüber, di Jerzy Grotowski ma anche degli allestimenti algidi e allo stesso tempo appassionati di Ingmar Bergman visti sempre sul posto. Per dire: ieri era a Milano, domani sarebbe stato a Roma ma poi poteva partire per la Spagna, per la Russia, per chissà dove. Un vero rabdomante, un Chatwin del teatro che a noi che gli eravamo amici appariva e forse era davvero ogni volta un po' più stanco e più fragile.

Ma tutte le sue critiche , tutto il suo lavoro dentro e per il teatro magari anche come traduttore di Beckett, Genet, Lagarce e Copi, trovò il suo sbocco ideale nel premio Ubu, forse il premio più importante della nostra scena portato avanti con grande passione e una vocazione europea. Un premio che mescolava fra i votanti giovani critici a critici - diciamo così - affermati (parola che gli avrebbe fatto orrore, penso) e forse per questo in grado di riconoscere il nuovo, l'evento o l'aurea di normalità nel teatro del mondo.

Proprio per il ruolo che si era scelto, proprio per quella posizione affascinante e talvolta discussa di mescolare la critica teatrale all'invenzione di festival, manifestazioni, convegni, vetrine, la direzione di organismi prestigiosi come il Settore Teatro della Biennale o quella del Festival di Gibellina, le commissioni ministeriali e no, i premi famosi e no, il ruolo di editore all'interno di una casa editrice come la Ubulibri che si era inventata, Franco è stato uno dei critici più potenti del nostro teatro, come tale amato e odiato. Il potere gli veniva certo dalla sua intelligenza, certo dall'importanza del giornale sul quale scriveva, ma non in modo perspicuo. Le sue recensioni seppure come ormai succedeva da tempo anche ai "principi" della critica non decretavano più il successo dello spettacolo di cui scriveva anche se era uno dei critici più ascoltati. Erano invece suggerimenti importanti ad altri livelli, per quella sua funzione di suggeritore, di punto di riferimento e di raccordo di tutte le componenti del teatro che nessuno ha esercitato con un'autorità come la sua, anche per via delle cose che aveva visto, degli artisti e degli autori che conosceva.

Anche così sosteneva in tutti i modi e con tutte le sue forze le cose in cui credeva: una forma di fedeltà a se stesso e al teatro che prediligeva. Si, ha avuto e usato un grande potere, è stato un uomo di parte ma questa definizione è stata più una qualità che un limite per via di quella dedizione assoluta che metteva nelle cose. Premier amour, dicevo all'inizio. Fino alla fine, anche nei momenti più tragici della sua malattia di cui era ormai prigioniero, parlava dei viaggi che doveva fare a Parigi, aVienna, a Napoli: doveva partire e aveva bisogno "presto presto" dei biglietti del treno o dell'aereo, perché non si poteva mancare a quell'appuntamento con il teatro che era stato per lui, nel passare dei giorni e delle sere, la più importante ragione di vita. Premier e dernier amour:il mondo secondo Franco.

di maria grazia gregori

(18:14 - 21 giu 2011)


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