Paolo Magelli, fresco di nomina alla guida del Teatro Stabile di Prato, da sempre lavora all'estero: ex Jugoslavia e Germania le sue aree di riferimento culturale e creativo. Così, curiosi di saperne di più, siamo andati fino a Dortmund, nel giorno dell'anniversario della nascita di Federico Garcia Lorca, per vedere una edizione di Nozze di sangue che sta facendo piuttosto discutere la città. Dortmund riflette appieno la crisi del bacino della Rurh, fino a poco tempo fa terra di fabbriche e miniere, oggi alla ricerca di nuove identità e possibili sbocchi occupazionali. Lo scorso anno l'area è stata "Capitale della cultura", segno che si è cercato di elaborare e lanciare una immagine diversa ma, ci dicono, poco è cambiato, se non fosse per un supermuseo costruito recuperando una grande fabbrica dismessa di birra. Però, di fatto, nel giro di pochi chilometri ci sono teatri molto attivi: a Bochum, Mülheim (dove lavora da tempo un altro grande come Roberto Ciulli), Essen, Dusseldorlf, e anche a Dortmund dove il teatro - considerato "piccolo" rispetto ai megastandard tedeschi in fatto di prosa -, grazie alla guida del neo direttore, il giovane Kay Voges, sta cercando un rinnovamento di linguaggi e pubblico.
In una programmazione spavalda e meditata, dunque, si colloca Nozze di sangue affidato a Paolo Magelli. Tempo fa constatavamo quanto poco Lorca fosse frequentato sui nostri palcoscenici (ma fui subito smentito da un'edizione di Nozze di sangue in lingua sarda con la regia di Sinigaglia). Il problema, dice un amico regista, è che non si può considerare Lorca un poeta surrealista alla mattina e un drammaturgo iperrealista alla sera: occorre anzi fare i conti con quella complessità, con quella scrittura che è carne e sangue ma anche sogno, incubo, visione. Il tutto, ovviamente, senza scadere nel folklore - tutto mantiglie, coltelli, ventagli e languori -, in cui spesso viene risolto l'universo lorchiano.
In questo senso ci è sembrato molto interessante l'allestimento visto a Dortmund. Va detto subito che Magelli opta per soluzioni che spingono a una costante demistificazione, giocando sui due fronti - quello del realismo e quello del surrealismo, appunto - con grande consapevolezza non scevra di ironia. L'impianto scenico dichiara e nega una esplicita metateatralità: il palcoscenico è vuoto e oscuro, tagliato a metà altezza da un piano basculante che è soffitto e incombente prigione. Le luci, a partire dalle ribaltine messe in proscenio, evocano spesso una livida e svuotata gioiosità: lampadine da festa popolare che raggelano i volti sino a un espressionismo grottesco. Tutto, inoltre, a partire dai costumi, spinge al nero, al mortifero, ad un tempo senza tempo di violenza scabra e ineluttabile, antica e contemporanea. Poi, però, ci sono gli squarci di lirismo, di poesia, di nostalgia, di sentimento, di gioco.
Merito, ovviamente, anche dell'ottimo cast, che agilmente tiene aperte vertigini emotive diverse, gioca in controtendenza, ride nel pianto e si dispera nella gioia. Nel labirinto disegnato da Lorca la felicità è solo uno spiraglio, un sogno svanito nel nulla, una ipotesi caparbiamente inseguita fino allo sfinimento. La storia, si sa, racconta di un matrimonio finito male: perché lei, durante la festa, scappa con l'antico amante, a sua volta sposato con un'altra. Il fatto, per quanto doloroso, sarebbe pure banale, addirittura quotidiano, se non ci fossero in mezzo il destino, ossia la vendetta, e l'imbecillità di chi si sente offeso nell'onore. Nello spettacolo la vicenda si arricchisce di dinamiche di violenza e sopraffazione, di sudditanza anche sessuale e di frenesia vitalissima che sfocia in un'orgia parossistica, che muta il ricevimento nuziale in un baccanale all'insegna di nudità esplicite.
Non abbiamo potuto cogliere appieno la freschezza della nuova traduzione, aspra e immediata, del dramaturg Alexander Kerlin, ma quel che sembra esplodere è la fitta trama di non detti e di allusioni che preme e squassa, ovvero la dialettica tra desideri e frustrazioni che fa muovere come schegge impazzite questi personaggi. Gli uomini, qui, sono ottusi, immediati, semplici animali da sesso, e sta invece alla donne, ai tanti personaggi femminili tenere le redini di una società allo sbando. L'aspra madre assetata di vendetta (a cui però Friederike Tiefenbacher dà umanissimo spessore); l'ingenuo candore della promessa sposa che sceglie la passione con dolore (bravissima Caroline Hanke); la follia ingenua della balia (l'incontenibile Bettina Lieder); il vittimismo sadomasochistico della moglie tradita che rivendica sfrontatamente la propria maternità e femminilità al punto di sottomettersi a un gioco amaro di bondage e sodomizzazione (struggente Luise Heyer), fino alla Morte dal sorriso enigmatico e meccanico (la brava Eva Verena Müller): saranno loro e tutte le altre di questa storia a dover reggere, nel bellissimo finale, quel cielo-soffitto che come una ghigliottina cala inesorabile quasi a schiacciarle. Stanno là, una accanto all'altra, ciascuna a suo modo a resistere al mondo, alla vita, agli uomini, alla violenza. Sono donne fortissime.
di andrea porcheddu
(18:29 - 09 giu 2011)
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