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12:59 - mercoledì 08 settembre 2010


Adina

di Gioachino Rossini (1792-1868)

libretto di Gherardo Bevilacqua Aldobrandini, da Il califfo e la schiava di Felice Romani

ovvero Il califfo di Bagdad Farsa in un atto

Prima:
Lisbona, Real Theatro de San Carlos, 22 giugno 1826

Personaggi:
il califfo (B); Alì, suo confidente (T); Selimo, giovane arabo (T); Adina, sua amante (S); Mustafà, giardiniere del serraglio (B); seguito del califfo, schiavi e giardinieri del serraglio

Unica tra le opere di Rossini scritta per un teatro non italiano o francese, Adina fu commissionata dall’ispettore dei teatri portoghesi nel 1818 e composta a Bologna, dove il musicista stava trascorrendo un periodo di convalescenza presso i genitori. Nessun documento pervenutoci attesta una rappresentazione in data anteriore al giugno 1826; in quell’occasione Adina fu allestita al Real Theatro de San Carlos con una compagnia di cantanti che comprendeva anche il celebre basso Giovanni Orazio Cartagenova nel ruolo del califfo.

Il soggetto ripropone una classica vicenda di ambientazione esotica che, da Le Rencontre imprévue di Gluck al Ratto dal serraglio di Mozart, dall’ Italiana al Turco dello stesso Rossini, è ricorsa spesso nell’opera buffa tra Settecento e Ottocento: a Bagdad, il califfo vorrebbe sposare la schiava Adina, che gli ricorda i tratti della donna un tempo amata; la fanciulla dapprima acconsente ma in seguito, nel rivedere il giovane Selimo che credeva morto e del quale era innamorata, cerca di fuggire con lui. Alla fine, dopo varie vicissitudini, il califfo scopre che Adina è sua figlia e può quindi acconsentire con gioia alle nozze con Selimo.

Lungi dall’essere quella «misera farsa, scipita e sconclusionata» che giudicava il Radiciotti, Adina è più simile a un’opera semiseria. Anziché ripercorrere alcuni degli stilemi buffi consacrati dalle precedenti esperienze (per i quali personaggi come Alì o Mustafà avrebbero offerto più di uno spunto), adotta un linguaggio più lineare e più attento a privilegiare la vena malinconica, a tratti persino drammatica del libretto, come nel quartetto "Ah, qual notte orrenda è questa!", in cui Luigi Rognoni ha colto persino un’anticipazione della tragica notte del Rigoletto verdiano.

a.p.


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