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12:40 - mercoledì 08 settembre 2010


Agrippina

di Georg Friedrich H&aulm;ndel (1685-1759)

libretto di Vincenzo Grimani

Dramma per musica in tre atti

Prima:
Venezia, Teatro San Giovanni Grisostomo, 26 dicembre 1709

Personaggi:
Agrippina (S); Nerone, suo figlio (S); Poppea (S); Claudio, imperatore (B); Ottone (A); Pallante (B); Narciso (A); Lesbo, servo di Claudio (B); Giunone (A)

Ci sono buone ragioni per considerare Agrippina un’opera irripetibile, unica nel suo genere: ragioni storiche, biografiche, drammaturgiche, squisitamente musicali. Anzitutto Agrippina è la prima opera di H&aulm;ndel pervenuta integra: dei quattro titoli per Amburgo conosciamo, in forma lacunosa, soltanto l’ Almira (1705); anche Vincer se stesso è la maggior vittoria ( Rodrigo ), l’opera del 1707 per Firenze, è giunta mutila di alcune arie. Conclusione e culmine del lungo soggiorno in Italia, il successo di Agrippina segna un primo punto fermo nell’ascesa del giovane H&aulm;ndel: l’opera inaugurò la stagione di carnevale (sei settimane di repliche) nel più prestigioso teatro veneziano, accolta da un entusiasmo delirante, con le grida - divenute poi proverbiali - di ‘Viva il caro Sassone!’. Per questo suo debutto in laguna H&aulm;ndel si misurò con una tradizione - letteraria, ideologica, prima ancora che operistica - schiettamente locale; una tradizione che risaliva almeno agli anni Quaranta del Seicento, all’attività degli Accademici Incogniti (si pensi solo al libretto dell’ Incoronazione di Poppea ), e che aveva dominato a più riprese la scena veneziana (un altro esempio, affine per situazioni e ambiente: la Messalina di Piccioli-Pallavicino, carnevale 1680): l’occhio scettico, disincantato con cui la Serenissima guarda alla Città eterna. La storia romana non è - come in Zeno, come poi in Metastasio - un campo di virtù morali e sentimentali; è il campo aperto all’ambizione, alle astuzie, agli intrighi di chi persegue unicamente, cinicamente i propri scopi immediati.

Agrippina, la moglie dell’imperatore, vuol garantire a tutti i costi il trono a Nerone, il figlio nato dal suo primo matrimonio; quando apprende che Claudio, di ritorno dalla Britannia, è perito in un naufragio, convince i liberti Pallante e Narciso - di lei invaghiti - ad assecondare i suoi piani. Giunge improvvisamente Lesbo, con la notizia che Claudio è stato salvato in extremis da Ottone: sarà questi il nuovo Cesare. Qui si scatena la ridda degli inganni e delle macchinazioni: conoscendo la loro comune passione per Poppea, Agrippina attizza una rivalità fra Claudio e Ottone, e istiga i due liberti - che, in comica sincronia, agiscono sempre ‘a ruota’ - a uccidere quest’ultimo come traditore; per parte sua Poppea, in una scena degna di Feydeau, riceve i suoi tre spasimanti (il terzo, naturalmente, è Nerone) l’uno all’insaputa dell’altro, obbligandoli a nascondersi e smascherando così, agli occhi di Claudio, le mire della moglie e del figliastro. Vacuo più che magnanimo, Claudio (come il Tito mozartiano) rinuncia alla vendetta ma, cercando di venire incontro a ognuno, finisce per scontentare tutti: cede Poppea a Nerone, e conferma sul trono Ottone. Nerone però protesta: perdere un impero e sposarsi, in un colpo solo, è davvero troppo. Sarà lui quindi il successore, mentre Ottone può finalmente unirsi all’amata Poppea; Agrippina vede coronati i suoi sforzi, e Giunone scende dal cielo a celebrare le nozze.

Un classico lieto fine dunque, per un libretto agile, brillante, tutto ispirato a una sorta di ‘moralità capovolta’, o lucida amoralità (non si contano, in divertiti a parte , le lodi dell’impostura e della finzione); malgrado momenti di accentuazione ‘tragica’ (il disegno omicida di Agrippina, lo sconforto di Ottone), i personaggi si muovono, si lasciano vivere - Claudio e Poppea in primis - con naturalezza: domina un tono lieve di commedia, così lontano dalla gravità a senso unico dei drammi zeniani, che proprio intorno al 1710 cominciavano a monopolizzare il repertorio. Un anacronismo solo apparente: il cardinale Vincenzo Grimani, dal luglio 1708 viceré di Napoli, era fra i principali diplomatici al servizio degli Asburgo; a lungo ambasciatore in Vaticano, con questo libretto egli prenderebbe di mira la curia romana e (sotto le sembianze di Claudio) il pontefice in persona, il filospagnolo Clemente XI. Il taglio drammatico di Agrippina - con la pluralità di generi, azioni, personaggi, con il libero avvicendarsi di scena e aria - potrà sembrare datato, démodé , persino stravagante; ma il contenuto satirico, le allusioni polemiche restituiscono all’opera (almeno a Venezia) una pungente attualità e necessità.

In questo intreccio di stimoli, come si comporta H&aulm;ndel? Con la stessa disinvoltura, si direbbe, con cui Grimani ricorre a fatti e personaggi storici; la vivacità, la scioltezza narrativa del testo si riflette nella struttura generale dell’opera, molto più fluida, mobile, imprevedibile dei successivi esempi londinesi. L’aria col da capo non è ancora la regola, e frequenti sono le arie accompagnate solo dal basso continuo (gli archi intervengono in chiusa di ritornello); troviamo inoltre - senza gerarchie o dinamiche preordinate - ariosi, ariette (splendida quella di Claudio, I, 21: "Vieni, o cara"), un terzetto e un breve, folgorante quartetto. Gran parte dei brani risale a musiche preesistenti (41 numeri su 48, pur con vari gradi di adattamento): ai lavori h&aulm;ndeliani per Firenze ( Rodrigo ), Roma (gli oratorî Il trionfo del tempo e del disinganno e La resurrezione ), Napoli (la serenata Aci, Galatea e Polifemo ) o addirittura, per qualche spunto tematico, alle opere amburghesi di Keiser e Mattheson; ed è sorprendente notare che arie perfettamente aderenti al personaggio (ad esempio Poppea, I, 17: "È un foco quel d’amore"; Ottone, II, 5: "Voi che udite il mio lamento") provengono in realtà da cantate romane o napoletane, e dunque da tutt’altro contesto. Agrippina è così - sotto il profilo strettamente musicale - un florilegio del migliore H&aulm;ndel ‘italiano’, di quel giovane dandy alla scoperta della Penisola; l’opera chiude (e documenta) una prodigiosa fase di assimilazione, e al tempo stesso si proietta oltre la scena veneziana, verso il pubblico internazionale delle corti. Tra la folla esultante del carnevale vi erano - frequentatori abituali - nobili, dignitari, principi tedeschi e inglesi; a loro si rivolgerà H&aulm;ndel, per costruire altrove la sua carriera teatrale.

m.m.


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